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Nell’inferno dei narcos

di pino scaccia | 5 dicembre, 2015

12065696_867919303322176_6435989644960167512_nTutto è nato da un’intervista al Tg1 alla fine del 1999. Conobbi Miriam in carcere a Bogotà, dov’era rinchiusa insieme ad altri corrieri della droga italiani perché sorpresa con un carico di cocaina. Una brutta storia, ma anche la scoperta di una grande sensibilità. Tenendomi poi in contatto negli anni successivi ho scoperto una vita incredibile fatta di due fughe, un figlio dal comandante dei guerriglieri che l’avevano catturata, una lunga corsa per l’Europa inseguita dall’Interpol, il matrimonio con un tunisino durante la rivolta, e poi l’inizio della battaglia più difficile, contro un cancro. Adesso Miriam sta a Verona e, insieme, abbiamo portato avanti un progetto che ha tenacemente voluto soprattutto per far sapere ai figli cosa e perché ha fatto tutto quello che ha fatto. Ne è nato un libro che narra una vicenda personale forte sullo sfondo di una Colombia magica, intrigante, alle soglie della pace.

NELL’INFERNO DEI NARCOS (Mondadori, pagg.168)

All’aeroporto di Bogotà la fermano e la perquisiscono: ha cinque chilogrammi di cocaina in valigia, e cento grammi nascosti nella vagina. E’ finita per Miriam, una giovane ragazza di Verona che ? per soldi, per disperazione, ma soprattutto per amore ? aveva accettato di fare la “mula”, la corriera della droga dalla Colombia all’Italia. In questo diario Miriam racconta la sua dura esperienza in un carcere di Bogotà, il Buen Pastor, un “inferno in terra” nel quale solo una personalità forte come la sua può resistere alla violenza fisica e alla sopraffazione psicologica. Un unico desiderio: tornare a casa da suo figlio. Un’unica possibilità: l’evasione. Il racconto di Miriam è struggente tanto è sincero. E non risparmia al lettore incredibili colpi di scena, come la cattura da parte dei guerriglieri delle Farc e l’amore per il suo carceriere, dal quale nascerà un bambino che si porterà appresso durante l’ultima rocambolesca fuga per l’Italia. Oggi Miriam è tonata a casa e ha pagato il suo debito con la giustizia e si è dedicata alla stesura di questo libro.

Pino Scaccia, già grande reporter del Tg1, raccogliendo la testimonianza di Miriam offre al lettore uno spaccato della realtà colombiana, crocevia del narcotraffico, luogo intriso di contraddizioni, dove la violenza è radicata in profondità e la legge è dominata da criminalità e corruzione. Eppure, alla vigilia di uno storico accordo tra governo e Farc, la Colombia descritta in questo libro potrebbe non essere quella di domani.

“Un viaggio dentro la Colombia delle contraddizioni, paese di smeraldi e orchidee, ma anche patria mondiale della cocaina, dove chiese e bordelli stanno fianco a fianco, mischiando preghiere e pianti. Un pianeta disperato e magico.”

 

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Quel piccolo uomo di Battisti

di pino scaccia | 5 marzo, 2015

bra bisSul Manifesto, a proposito dell’espulsione dal Brasile del terrorista Cesare Battisti, Andrea Colombo scrive: “Quel che rende assurda l’ossessione italiana per l’ex detenuto diventato scrittore di successo è l’assenza di qualsiasi pericolosità sociale. Battisti ha cambiato vita, ha pagato i suoi crimini con anni di galera e con una vita spesa a fuggire da un Paese all’altro. Potrebbe bastare. Dovrebbe bastare”. Gli risponde prontamente Antonio Padellaro su Il Fatto: “Il problema è che su Battisti pende non “un’assurda ossessione”, bensì una condanna definitiva all’ergastolo per quattro omicidi”. Intanto, chiariamo: Battisti è uno scrittore assolutamente mediocre che tra l’altro è talmente ingenuo da fare ammissioni di colpevolezza anche sulla sua vita romanzata. Sono stato anni (insieme a Enrico Bellano) a inseguirlo in Brasile, ho seguito per notti intere le schermaglie noiosissime al Tribunal Federal, sono anche riuscito ad entrare in carcere e a visitare la sua cella, ma lui è sempre scappato, preferendo affidare le memorie ai giornali locali che non conoscono la sua storia e si bevono tutte le fandonie. Come per esempio quando scrive all’allora presidente Napolitano lamentandosi di non essere mai stato giudicato “seriamente” da un tribunale italiano. Gli rispondo qui per ricordare chi è questo ladruncolo diventato sanguinario rivoluzionario, senza mai essersi pentito nè chiedere perdono, ma soprattutto per rispetto alla storia e alle vittime. Nessuna “ossessione”, solo senso di giustiza.

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I veri eroi del nostro tempo

di pino scaccia | 26 dicembre, 2014

DSC02563-174x131A cavallo fra il Natale e il Capodanno, il giorno di Santo Stefano è sempre stato considerato un “festivo” minore. Io lo ricordo per due partenze improvvise e inaspettate: 26 dicembre 2003, ore 16, arriva una telefonata, qualche ora dopo sto a Bam, in Iran, per un terremoto che ha devastato la città d’arte; 26 dicembre 2004, ore 16, arriva un’altra telefonata, la sera parto per il sud est asiatico, soltanto in volo si decide che la tappa sarà lo Sri Lanka, per lo tsunami. Vita da cronista, direte. Beh, in entrambi i casi sono partito con la Protezione Civile italiana, sempre pronta ad intervenire sulle emergenze, in tutto il mondo. Segno dunque che ci sono terre non solo insanguinate dalle guerre ma fragilissime pure per lo scempio che abbiamo compiuto sulla natura. Ma anche la scoperta di persone straordinarie che sacrificano tutto, la propria vita, per aiutare gli altri: i veri eroi del nostro tempo, medici, crocerossine, pompieri, volontari. Esperienze terribili, intense, emozionanti. Che forse mi mancano.

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Baldoni, dieci anni dopo

di pino scaccia | 27 agosto, 2014

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Quando arriva agosto, fatalmente si srotola la pellicola di un film che merita ancora di essere raccontato. E’ un fatto pubblico, perché la memoria di Enzo Baldoni appartiene a tutti quelli che lo hanno amato e che tuttora lo amano (la sua immortale “Zonker zone” fatta di balene e di sogni), ma se permettete è anche un fatto privato perché il destino (lo ritengo un privilegio) ha voluto che incrociassi da vicino quell’uomo straordinario nelle ultime settimane della sua vita, proprio fino alla fine. Ricordo la sua genialità, l’educazione, la curiosità, la cocciutaggine anche di un vero cronista che voleva vedere e raccontare quello che gli altri non raccontavano e che, come i grandi maestri del giornalismo, voleva soprattutto capire. Stava in Iraq per quello: per capire. Certo strano modo per un pubblicitario di successo passare le ferie in quell’inferno ma la spinta emozionale era troppo forte, ma anche nobile, quello che non ha capito qualche sciagurato tratto in inganno da quella maniera di definirsi “turista”. Viaggiava con molta umiltà, era cosciente del suo “dilettantismo”: ne ha parlato e ne ha scritto tante volte. Ma non giocava: il suo approccio era impeccabile, da freelance entusiasta di scoprire altri mondi, quelli difficili (lo aveva già fatto altre volte in altri luoghi).
A dieci anni esatti dalla sua morte, i ricordi personali sono tanti, troppi. Così come i dubbi mai dissipati. Una fiducia mal riposta, la lunga discussione notturna prima del viaggio fatale, tutte le foto che mi ha fatto e che non vedrò mai, l’ordigno a Malmudiya, l’incursione a Najaf, il saluto a Kufa, il sogno di intervistare Moqtada al Sadr. L’arrivederci a Baghdad. L’ho rivisto invece molti anni dopo a Cesi, il suo dolce paesino umbro, chiuso in una bara troppo grande per i suoi poveri resti. Il solito destino non gli ha permesso neppure di esaudire quel desiderio espresso in un testamento che ormai abbiamo imparato a memoria tutti noi che gli abbiamo voluto bene: un funerale festoso, con canti e balli e amori improvvisi, la banda e la porchetta, le parole di lutto tutte bandite. Non è stato possibile perché giocando si definiva immortale, mentre quelle “istruzioni” erano nate proprio nel momento stesso in cui aveva scoperto la paura, come tutti i reporter di razza. Noi, tutti noi, non abbiamo neppure un pizzico della sua genialità che ho scoperto subito quando ci siamo conosciuti al “Palestine” davanti al cratere di una granata che io chiamavo bomba e lui “rosa scarlatta”, traducendo l’orrore in poesia . Così a Cesi ci siamo messi banalmente a piangere, convinti però che su una cosa non ha toppato: vero, è immortale. Sul web continua a vivere perché porto avanti i nostri “blog paralleli” (due modi diversi di vedere la guerra) nati in un lettino d’ospedale dopo il primo viaggio a Najaf e soprattutto grazie all’omaggio e alla commozione della sua banda di amici scapestrati, la Zonker, che non morirà mai, neppure per scherzo.
Un aspetto però è stato esaudito: Enzo si augurava una morte veloce, quasi istantanea. Probabilmente è successo, ucciso molto prima dell’ultimatum. E mi fa molto male pensare in questi giorni a un’ipotesi che ho avuto fin dall’inizio. Ho ripensato alle testimonianze immediate (poi represse) di chi ha visto il filmato e ho presente purtroppo un fermo-immagine drammatico ai lati di quella strada che attraversa il deserto (nascosto in un file che non ho il coraggio di riguardare). Per la prima volta lo dico ma vi prego di escluderlo subito della memoria. Enzo davanti all’esecuzione del fido Ghareeb avrebbe avuto una reazione istintiva, da uomo generoso. E probabilmente ha fatto la stessa fine di James Foley. Almeno ci è stato risparmiato il rito. Dieci anni dopo in Iraq è tornato pesantemente l’inferno. I suoi aguzzini allora si chiamavano “Esercito islamico dell’Iraq” e alla ricerca di un accordo impossibile, cioè la fine delle ostilità, sono stati messi a suo tempo addirittura a libro paga dagli americani. Tutto inutile. Adesso il gruppo dei boia ha cambiato nome, si è allargato, ma il progetto scellerato è identico. Alcune cose sono cambiate, lo annoto frettolosamente perché la questione è molto complessa, ma resta inquietante ad esempio ricordare che prima di produrre in proprio quel filmato fu messo in rete dalla tv del Qatar. Spero, in memoria di Enzo, che certi errori almeno non si ripetano. Mi piacerebbe tanto discuterne con lui, come discutevamo allora. Un giorno lo farò.

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L’ultimo cronista

di pino scaccia | 2 giugno, 2014

pistolaGli scocciava di essere chiamato sempre (negli ultimi periodi, solo) per eventi datati. Insomma per vicende antiche che solo una memoria storica poteva raccontare. In genere era un compito che per molto tempo ci siamo divisi, ma dopo il mio impegno sulle storie estere, era rimasto solo lui. L’ultimo vero cronista. Ma non fidava solo sulla memoria perché in realtà veniva sempre fuori la sua alta preparazione giudiziaria, seguendo l’addestramento che la nostra generazione ha ricevuto. Non riesco a trovare molte parole per parlare di lui perché Claudio Pistola è stato il mio compagno di banco per vent’anni. E non si dimenticano. Avevamo molte cose in comune, soprattutto una passione che purtroppo ormai si sta perdendo. Stamattina, al suo funerale, noi che gli abbiamo voluto bene sembravamo dei reduci del tempo passato, che non era il rimpianto per la gioventù perduta (è la vita) quanto per un mestiere che oggi stentiamo a riconoscere. E’ pazzesco, e molto doloroso, che ci si ritrovi sempre in queste occasioni e ogni volta ci ripromettiamo di incontrarci altrove. Pensate, proprio con Claudio l’ultima volta ci eravamo visti per i saluti estremi a Mauro Maurizi, lo straordinario occhio di tanti di noi. Devo ammetterlo: stavolta c’è stato non solo il dolore, ma anche un senso di angoscia personale. Pistola aveva solo tre mesi più di me: lui era andato in pensione a febbraio, io a maggio. Mi vengono i brividi a fare i conti. Lui se ne è andato all’improvviso, troppo presto. Ma entrambi abbiamo avuto almeno la fortuna di una carriera strepitosa in una stagione irripetibile e di uscire dall’azienda in tempo utile prima di essere azzerati. Sarà quel che sarà, tanto decide sempre Qualcuno molto più in alto di noi. Ciao mascalzone, tanto prima o poi ci rivedremo. Per parlare ancora di servizio pubblico. E magari anche della Lazietta.

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“Mafija”, il settimo libro

di pino scaccia | 22 maggio, 2014

libroscacciaIn Russia la chiamano “Organizacija”. C’è sempre stata, ma sulle ceneri del post comunismo è diventata una minaccia globale perché forse non è la mafia più forte, ma sicuramente è la più ricca. Sfruttando le vecchie regole della nomenklatura, ha la capacità di trasformare in attività lecite tutto il malaffare: ha già invaso Europa e Stati Uniti. Possiede un vero esercito: centomila uomini attraverso seimila gruppi criminali (solo in Italia ne sono attivi sessanta) ma è quasi invisibile perché ripercorre le strade intraprese dagli oligarchi. Cerca soldi, più che sangue. Stretti gli accordi con tutte le grandi mafie del mondo ha un patrimonio smisurato di miliardi di dollari che reinveste nelle banche e nel mercato immobiliare. Attivissima nel traffico della droga, nella tratta di essere umani e nelle armi, mette paura per la potenzialità nel nucleare: sarebbe in grado di costruire addirittura la bomba atomica. L’ombra dei “padrini con il colbacco” circonderebbe anche il mistero della Concordia. E poi gli affari per il gas, i legami Putin-Berlusconi, lo sciagurato imbroglio kazako e sullo sfondo la caccia ai dissidenti e la strage dei giornalisti: trecento uccisi negli ultimi vent’anni. Con Mosca nuova centrale del capitalismo. Roundrobineditrice

Si dice che il primo amore non si scorda mai. E’ vero anche nell’editoria. Ma è altrettanto vero che l’emozione più forte è sempre per l’ultimo nato. Perchè, finchè non esce, è ancora scritto nella tua testa e fremi all’idea di vederlo vivo. Questo per me è il settimo libro. E già lo amo. Anche perchè questo ha un sapore diverso: è il primo da quando la ferrea regola delle stagioni mi ha “smagnetizzato” e in qualche maniera ufficializza il nuovo corso del d.R. (dopo Rai): cioè l’attività di scrittore dopo i tanti anni vissuti da reporter. In realtà quella che banalmente è definita “l’ultima fatica letteraria” (che in effetti è un piacere) rappresenta lo stesso mestiere perchè l’idea di approfondire il fenomeno della mafia russa è nato dai ricordi di quei due anni passati a Mosca per il Tg1 quasi ininterrottamente e l’occasione di scoprire l’“organizacija” proprio agli albori, anche sulla mia pelle (racconto nel libro anche di essere stato vittima di quei primi “picciotti con il colbacco”), dunque il privilegio di essere stato anche allora testimone della storia. La Russia di allora, l’intervista a un boss, tutto racchiuso in uno speciale (dal minuto 6′ al minuto 8′). 

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I miei primi trent’anni al Tg1

di pino scaccia | 3 aprile, 2014

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[Vita da inviato] dietro le quinte.  Lo speciale

Categoria: reporter | Nessun commento »

La Crimea come l’Ossezia

di pino scaccia | 1 marzo, 2014

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In Ucraina rischia di ripetersi, sei anni dopo, la guerra in Georgia. Riavvolgo il nastro della memoria. Piccola storia di un viaggio oltre le barricate russe.  Con qualche documento e, lo ammetto,  molta nostalgia.

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Quella voce da kolossal

di pino scaccia | 11 gennaio, 2014


arnoldo-foa_1Era nato maestro. Per la voce, per le rughe, per il piglio. Soprattutto la voce che lo aveva portato a doppiare tutti i kolossal che avevano bisogno di possenza e profondità, un attore nato per recitare la Bibbia. Riempiva lo schermo del cinema e riempiva, fisicamente, i teatri. Lui sempre al centro della scena, quasi un destino. Personalmente ho avuto il grande privilegio di averlo come maestro. Erano i tempi (1979) in cui la Rai imponeva ai neo assunti uno “stage” per trasformarci in giornalisti televisivi. Quindici giorni di “full immersion” davanti alla piscina del centro aziendale di Tor di Quinto: ma non dentro la piscina perchè c’era da imparare in fretta un compito (allora) molto impegnativo. Grandi professionisti ci trasmettevano il mestiere. Tra questi c’era Arnoldo Foà che ci insegnava la “recitazione della notizia”. Che non significava certo manipolarla, ma saperla offrire a chi stava dall’altra parte. Evitando cantilene anche quando si leggeva. E poi la gestione della voce che doveva partire “da dentro”, diceva. Insegnamenti importanti che mi sono portato appresso, dando anche alle notizie meno importanti un’intonazione credibile. L’ho rivisto molti anni dopo, non mi ha riconosciuto, ma sono stato io a ricordargli quelle lezioni. Ha sorriso, ma non ricordo proprio come ha commentato, sicuramente con un grugnito. Non era tipo da smancerie. E non gli piaceva il maestro, sapeva di vecchio.

Categoria: persone | Nessun commento »

Il non compleanno

di pino scaccia | 9 gennaio, 2014

Già, la memoria. Nel tempo, cioè in questi due anni e mezzo di “smagnetizzazione”, il blog si è inevitabilmente trasformato in un tazebao dei ricordi. Una maniera quasi intima per non spezzare il filo di un rapporto spesso antico e forte. E allora mi sembra proprio questo il posto giusto per fare gli auguri a un amico caro per il primo non compleanno. Se il destino non ce l’avesse portato via, oggi Mauro Maurizi avrebbe compiuto 62 anni. Ormai i social network (villaggio globale) permettono, anzi impongono, di non dimenticare. Così sulla sua bacheca Facebook sono comparsi stamattina molti messaggi: auguri non tristi, ma allegri e scanzonati come era lui, come se ancora ci fosse.

Categoria: amarcord, persone | Nessun commento »


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