Missione da “embedded”
di pino scaccia | 7 Febbraio, 2010
Fucile, tastiera, polvere e molta disciplina. A Kandahar le vite di reporter e soldati sono legate a doppio filo per giorni e notti. Come accade sempre per i giornalisti «embedded», termine inglese che significa «inserito». Nel mondo dei media e nel gergo del Pentagono, viene utilizzato per definire quei cronisti che seguono le missioni di guerra entrando a far parte delle stesse unità operative. Essere embedded al Kandahar Air Field è un’esperienza con caratteristiche particolari. Sebbene affidati alle unità di una precisa nazione, si vive, almeno nella prima fase della missione, a contatto con i militari di venti Paesi diversi (…) Francesco Semprini La Stampa Quelle notti a Bagram con i marines
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Lettere dal Don
di pino scaccia | 1 Febbraio, 2010
Sono passati 67 anni dalla dolorosissima battaglia di Nikolajewka, tanto tempo. Così tanto che sono morti anche quelli che cercavano i sopravvissuti. Se fino a qualche tempo fa c’erano madri e mogli e figli a cercare i dispersi, adesso ci sono i nipoti. Ma la ricerca non si interrompe. E’ incredibile come la pagina del Don sia destinata a non chiudersi mai. Me ne sono occupato per la prima volta nel 1992 scoprendo negli archivi di Mosca i primi nomi. Ho partecipato alle prime riesumazioni in quella valle maledetta, ma da allora ho continuato a ricevere lettere e appelli. Ieri sono stato a Borgo a Mozzano, un paesino dalle parti di Lucca per la presentazione dell’ennesimo libro sull’armata perduta: “Dal Serchio al Don solo andata” di Gabriele Brunini e Marcello Martini. Un piccolo, incantevole paese di quattromila abitanti, e sapete quanti soldati non sono mai tornati dalla campagna di Russia? Una cifra enorme fatte le proporzioni: 79. Poi ne parlerò più diffusamente, intanto volevo comunicarvi l’intenzione di riprendere a occuparmi dell’Armir. Non so ancora bene come, ma come punto di riferimento ho cominiciato con l’aprire questo blog. L’entusiasmo di Slvia, Alessandra, Graziano e di tanti altri mi ha condizionato. Non si può smettere di cercare, la memoria è troppo importante. Lettere dal Don
Da tempo mi occupo anche sulla Torre della tragedia dell’Armir: basta cliccare sulla tag per ritrovare tutti gli interventi. Ma il nuovo spazio è interamente dedicato alle ricerche, per cui può diventare l’unico punto di riferimento. E a cui vi chiedo di rivolgervi, oltre all’email.
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Le notti bollenti al “Palestine”
di pino scaccia | 25 Gennaio, 2010
Baghdad torna sotto attacco. Ci sono state tre potenti esplosioni nel centro della capitale irachena, vicino alla green zone, l’area ad alta sicurezza. Una strage: l’ultimo bilancio parla di 36 morti e più di 70 feriti. Le vittime sono in gran parte civili iracheni. I kamikaze hanno colpito con tre autobombe il quartiere dei grandi alberghi dove alloggiano spesso giornalisti e stranieri. La prima esplosione è avvenuta lungo la via Abu Nawas, molto vicino agli hotel Palestine e Sheraton, che sono uno accanto all’altro. Colpito anche un club privato dove era in corso una riunione politica in vista delle elezioni di marzo. Gli altri attacchi hanno preso di mira gli hotel Babel e Hamra, anche questi frequentati da occidentali. Tutti e tre gli edifici hanno subito pesanti danni e decine di auto sono state distrutte. Foto
Questa foto l’ho scattata dalla finestra del “Palestine”; davanti c’è l’ingresso dello “Sheraton”. Ma è successo anche il contrario, perchè nei vari mesi irakeni ho dormito in entrambi gli alberghi: dipendeva dalla disponibilità delle stanze. In realtà non c’era molta differenza perchè durante il giorno ci spostavamo attraversando quel parcheggio che ci illudeva della passeggiata e invece eravamo chiusi dentro un enclave protetto da decine di carri armati americani. Nonostante la difesa, pesante ma assolutamente statica, arrivavano spesso grappoli di granate, a tutte le ore. Una notte particolarmente calda scrissi due righe. Mi piace di rileggerle adesso, somiglia quasi a un ritorno all’inferno.
Baghdad, aprile 2003. (…) Nei momenti più brutti chiudo le tendine. E’ un gesto istintivo. Non so se lo faccio per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori. Chiudo le tendine quando la botta è più forte e sai che la granata è arrivata proprio sotto di te, ha sfiorato il terrazzino. Certo nessuno di noi si affaccia più da quando quel carro armato si è girato verso il “Palestine” e ha fatto secchi due reporter. Ma Baghdad non è solo ricordi di guerra. In una notte di luna, per esempio, ho conosciuto Baldoni, l’unica volta in cui non ho chiuso la tendina, ma sono sceso sotto a vedere l’effetto della botta. (…) In effetti, io la chiamavo bomba, per Enzo era una rosa scarlatta.
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Sono già quattro i reporter uccisi quest’anno
di pino scaccia | 24 Gennaio, 2010
Ho sempre pensato, e detto, che le cifre vanno prese sempre per difetto. Mi riferisco alla triste litania dei reporter che ogni anno perdono la vita facendo il proprio lavoro. Non è facile infatti districarsi tra le decine di conflitti nel mondo e nelle centinaia di regimi assassini: sono troppi e c’è troppa voglia di silenzio. Quest’anno mi sono messo d’impegno, tentando di ricostruire il più possibile questi lutti, non tanto per commemorare, quanto per denunciare. Nelle liste cosidette ufficiali figura una sola vittima nel 2010 ed è naturalmente l’inglese Ruper Hamer perchè è morto in Afghanistan, uno dei territori più “visibili” dai media internazionali. Invece però sono quattro già le vittime e il mese non è ancora finito: in cinque giorni, dal 5 al 10 gennaio. Un bulgaro, un angolano, un messicano. Molto distanti fra loro, ma uniti nello stesso destino. Nel dossier che aggiornerò in tempo reale ci sono nomi, dati e circostanze. Sperando naturalmente, con tutte le forze, che sia il meno lunga possibile.
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Per non parlare degli scomparsi
di pino scaccia | 24 Gennaio, 2010
Emmanuel Ansihagan è un leader indigeno e giornalista presso la radio DXRS. Da giovedì della scorsa settimana Ansihagan è scomparso. Aveva appena denunciato alla polizia di aver subito minacce di morte per i suoi reportage contro le operazioni di taglio illegale nella provincia di Misamis Orientale. Uno dei messaggi recitava: “smetti di opporti al taglio e alle miniere, o finirai ucciso come gli altri come i capi indigeni.” Poco prima di scomparire, Ansihagan aveva riferito alla polizia di essere pedinato e di ricevere minacce ogni giorno, per i suoi reportage nella trasmissione “Barog Mindanao”, tanto che era stato costretto a sospendere la trasmissione. Secondo quanto riferito da Ansihagan prima della sua scomparsa, il Dipartimento per l’Ambiente e le Risorse Naturali non ha fatto nulla per fermare la deforestazione illegale più volte denunciata, soprattutto nelle terre indigene. Un collega di Ansihagan, Arecio Padrigao era stato ucciso nel novembre 2008, per aver denunciato anche lui il taglio illegale, e l’omertà della polizia. La notte di San Silvestro era stato freddato da due killer in motocicletta un parente di Ansihagan, Datu Berting Pinagawa. Pinagawa era leader di una associazione che si batteva contro il taglio illegale e le complicità dell’amministrazione. Salva le foreste
Altri due giornalisti sono scomparsi negli ultimi mesi: la messicana María Esther Aguilar Cansimbe e lo yemenita Muhammad al-Maqaleh. leggi
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Le morti impunite e le tasse della mafia
di pino scaccia | 22 Gennaio, 2010
Stasera a Tv7 (Raiuno, ore 23.30). Storie e aggiornamenti dei nostri inviati dall’apocalisse di Haiti. Inchiesta sulla malasanità: 25 mila segnalazioni e 12 mila denunce l’anno, ma i medici si difendono, “è colpa della carenza di strutture e di personale” dicono. In esclusiva per Tv7 sulla pista di Fiorano con Fernando Alonso per la prima volta al volante di una Ferrari. Il personaggio: Simona Ventura tra la novità della radio e il progetto di una web Tv. Rapporto dalla Calabria dove il pizzo continua purtroppo a prosperare, quasi fosse una tassa della ‘ndrangheta. Diventare madri oltre i 45 anni, una volta soglia che sembrava insormontabile ed ora fenomeno diffusissimo, non solo tra i vip. Viaggio ai confini del mondo, alle foci del rio delle Amazzoni, dove una donna straordinaria fa il giudice a domicilio. Infine, per “Caro Tv7” l’idea di uno psicologo forlivese che suggerisce un video curriculum per chi cerca lavoro. La puntata
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Quei giorni ad Hammamet
di pino scaccia | 18 Gennaio, 2010
Domani, 19 gennaio, ricorre il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi. Per anni ho seguito ad Hammamet la sua vicenda. Non sono mai riuscito ad incontrarlo. Solo una battuta al telefono. Gli chiesi, naturalmente, un’intervista e lui mi rispose sorridendo: “Caro, ma vai al mare, qui c’è un mare stupendo”. Questo che segue non è un pezzo politico e neppure giudiziario. E’ solo il ricordo di un uomo certamente speciale. E di un percorso professionale che comunque lascia il segno. GLI ULTIMI ANNI DI CRAXI, TUTTI I LUOGHI DELL’ESILIO: VIDEO INEDITO
Ogni giorno andava sulla spiaggia. Aveva addirittura costruito con le sue mani una capanna fatta di frasche e di canne, vicino a un villaggio di pescatori. Parlava molto con loro: di natura, di piante. Ma soprattutto andava davanti al mare perché poteva intravedere almeno il profilo della terra italiana. Oppure dipingeva, l’ultima sua grande passione. Si era messo anche a scrivere un giallo politico che poi era la sua storia, naturalmente. Prima di sera si fermava su un gradino di marmo a prendere caffè e biscotti. Spesso faceva un salto al bazar per una spremuta d’arancia prima di andare, quasi ogni sera al ristorante preferito a gustare il couscous. Una vita tranquilla, ma non spensierata. Tutti ad Hammamet lo chiamavano “zio Bettino” o più semplicemente “lo zione”. Per i più rispettosi era “monsieur le president”. Poi improvvisamente nessuno lo ha più visto in giro. Per la malattia che avanzava, certamente, ma anche per la paura di attentati, dopo che a Tunisi avevano fermato un tizio pronto a ucciderlo. Così da quel momento, più o meno dall’estate del ’95, evitava passeggiate e se ne stava rinchiuso dentro la casa bianca in collina, protetto da decine di poliziotti e dalle “tigri” del suo grande amico Ben Alì. Quasi impossibile avvicinarlo, ma rispondeva personalmente al telefono, quando il telefono non era occupato a spedire fax, usati come terapia. Il cosidetto bunker lo si poteva riprendere solo da lontano, rischiando l’ira dei guardiani. Chi è stato dentro racconta di una piscina senz’acqua, di una vecchia Range Rover, di cimeli di Garibaldi, di una delle teste false di Modigliani, e di molte foto della famiglia. Erano ammessi solo gli amici strettissimi mentre ogni giorno gli arrivavano leccornie italiane dai suoi sostenitori. In tutto, Craxi è stato in Tunisia per 2074 giorni, da metà maggio del ’94 fino a quando è morto, all’inizio del 2000. Gli ultimi mesi della sua vita sono stati un autentico inferno, passati da un ospedale all’altro tra analisi e interventi chirurgici: la clinica Tafik e poi La Violettes fino all’ospedale militare. Una grave forma di diabete aveva attaccato un rene e indebolito il cuore. Il calvario comincia a settembre, nel ’99. Prima operazione per evitare una cancrena, a novembre una crisi cardiaca, poi l’esportazione del rene destro, fino al ricovero nell’ospedale militare, a dicembre, con tutta la stampa internazionale sotto le finestre. I fedelissimi tentano una trattativa, cioè di trovare una soluzione umanitaria, trasferendo Craxi a Milano per essere operato in una struttura più attrezzata. Il dibattito è acceso, ma è lo stesso leader socialista a troncare ogni possibilità. “Meglio morire qui, libero” fu la sua frase diventata storica. Morì al tramonto dopo aver bevuto una tazza di the alla menta con la figlia Stefania, il 19 gennaio del 2000, un mese prima di compiere 66 anni. I funerali in cattedrale, a Tunisi, sono solenni. Ci sono dieci minuti ininterrotti di applausi e lanci di garofani. Nell’omelia il vescovo Fout Twal cita dal vangelo “i perseguitati della giustizia”. E’ sepolto dietro le mura della Medina, dove andava a passeggiare con la moglie Anna, una buca scavata nella sabbia. La tomba rivolta verso l’Italia.
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L’inferno di Haiti
di pino scaccia | 15 Gennaio, 2010
Almeno 50 mila morti (9-10 mila quelli contati) per la Croce Rossa. Ai quali vanno aggiunti non meno di 250 mila feriti e 1,5 milioni di senza tetto, secondo una stima di un ministro di ciò che resta del governo haitiano. Morti ovunque. Devastazione. Dolore. Aiuti a rilento. Proteste, saccheggi e un pericoloso vuoto di potere. Nelle strade della capitale di Haiti regna il caso e ci sono gruppi armati di machete che si muovono dettando la legge del più forte nel cercare di accaparrarsi quanto si può: cibo, acqua, vestiti. Gli inviati del Tg1 La puntata di Tv7 Le voci dall’apocalisse
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Un altro giornalista muore in Afghanistan
di pino scaccia | 10 Gennaio, 2010
Chiuso malissimo l’anno con la morte di Michelle Lang in Iraq, il 2010 si apre in maniera altrettanto drammatica per i reporter. Anche in Afghanistan, l’altro terreno di una battaglia infinita, è morto saltando su un ordigno un giornalista inglese del Sunday Mirror, Rupert Hamer incrementando un bilancio tragico. Come non bastassero le guerre, nei primi giorni del nuovo è stato ucciso dalla mafia anche un giovane reporter bulgaro, Boris «Bobby» Tsankov, colpevole di essere troppo bravo. L’ennesimo sacrificio di un testimone curioso. Ma senza testimoni il mondo sarebbe peggiore.
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Boris, il primo reporter ucciso quest’anno: dalla mafia
di pino scaccia | 9 Gennaio, 2010
Si sentiva braccato da mesi. «I fratelli », «Sako», Mityo detto «l’occhio», i padrini della mafia bulgara con quei soprannomi da romanzo criminale li conosceva tutti. Qualcuno aveva già dato l’ordine, lui aspettava. Martedì 5 gennaio Boris «Bobby» Tsankov è stato freddato sulle scale di un condominio nel centro di Sofia, poco distante dalla chiesa ortodossa di Santa Nedelia. Nevicava, era appena passato mezzogiorno, quattro proiettili vicino al cuore, uno alla testa. L’ex speaker radiofonico che aveva «detto troppo» sui legami tra crimine e affari è morto sul colpo, aveva 31 anni, sarebbe diventato padre in primavera. È il primo omicidio eccellente dell’era di Boiko Borisov, il premier in carica dallo scorso luglio che ha promesso di riportare in Bulgaria legalità, ordine, e i fondi Ue congelati per gli scarsi risultati nella lotta alla corruzione. Professione Reporter
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