I cento passi
di pino scaccia | 9 Maggio, 2013
Anch’io ho percorso quei cento passi. Non ricordo più per quale delitto di mafia stavo in Sicilia. Una notte, dopo la cena a Palermo, sono voluto andare a Cinisi. Cento passi fra la vittima e il suo carnefice. Ho voluto respirare il coraggio, per capire che in fondo vale la pena di lottare per le proprie idee. Ho imparato molto da quella che per me era solo una passeggiata sotto la luna e il viaggio di un ragazzo fortissimo dalla vita fino alla morte.
Il film su Peppino Impastato, ucciso 35 anni fa
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Quell’intervista ad Andreotti sulla mafia
di pino scaccia | 6 Maggio, 2013
Roma, 1996 – La battuta e’famosa: “Mi hanno accusato di tutto meno che delle guerre puniche”. In realta’ nelle novantamila pagine d’istruttoria preparate dalla Procura di Palermo, Giulio Andreotti e’ veramente accusato di tutto. Attraverso le dichiarazioni di tre pentiti – Buscetta, Mannonia e Di Maggio – il senatore sarebbe coinvolto almeno indirettamente negli omicidi Pecorelli e Dalla Chiesa (strettamennte legati, per i magistrati) ma anche nel sequestro di Moro. E poi ancora nel riciclaggio del denaro sporco, tramite Sindona, e nell’aggiustamento di molti processi di mafia, tramite il giudice Carnevale. Accuse si aggiungono alle accuse. Arriva il primo pentito-politico, Gioacchino Pennino, per tradizione di famiglia in realta’ piu’ mafioso che politico e spara ancora a zero sul potere adreottiano in Sicilia. Ma come risponde Andreotti, il grande accusato, il presunto “Belzebu’”?
- Senatore, cosa a che fare lei con la mafia?
“Con la mafia? Ho un rapporto da nemico, non certo da amico. Io ho fatto molte leggi, e molto dure, contro di loro”
- I giudici di Palermo le danno invece del mafioso, anzi del capomafia
“Sembrano accuse pesanti e invece sono talmente generiche… Da un anno e mezzo mi accusano di tutto, dicono che aggiusto processi. Ma quali sono i processi che ho aggiustato? Dove sono le prove?”
- Lei e’ pronto ad andare in tribunale?
“Certo che sono pronto. Ma come cittadino pretendo garanzie. Non si puo’ prendere per buono , senza un minimo di controllo, quello che dice qualche pentito”.
- Allora, chi ce l’ha con lei e perche’?
“Innanzitutto i mafiosi: usano tutte le armi, non solo la lupara. La Procura di Palermo ha sentito, ad esempio, Martelli ma non ha sentito Vassalli con il quale ho preparato molte leggi antiimafia”.
- Chi altri?
“Ce l’hanno con me certamente tutti i trafficanti di droga, sia in Italia che in America. Andrebbe ricordato che Buscetta passo’ dalla nostra parte quando io ero ministro degli esteri”.
- Ha pensato a una vendetta politica?
“Puo’ essere. Piu’ che vendetta una lotta politica. Certo togliendo noi… il cambiamento e’ stato piu’ facile. Poi non so a chi siano riusciti i progetti e a chi no. Sono indignato. La verita’ dovra’ venire fuori prima o poi”.
L’intervista riproposta a Speciale Tg1 [minuto 28'33"]
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La forza della testimonianza
di pino scaccia | 3 Maggio, 2013
La giornata di oggi è dedicata a chi è morto per raccontare. E a tutti i reporter che rischiano la vita o la prigione nel tentativo di descrivere i mali del mondo. Ho fatto questa vita per oltre trent’anni e se ho riproposto questa foto non è per smania di protagonismo, ma perchè da sola rappresenta il lavoro vero di un cronista. Non un posto esotico, ma una parte di quest’Italia bellissima e fragilissima: Quindici, tra frana e camorra. E un rifugio d’emergenza, sfuggendo al fango, per mettere ordine agli appunti, su un taccuino come ai vecchi tempi. Con grande orgoglio dico pure che quest’immagine mi ricorda qualcosa di simile appartenuta a Montanelli e, guarda caso, anche a Domenico Quirico per il quale l’angoscia è attuale. Il simbolo insomma dell’impegno dei vecchi cronisti e di un mestiere che forse è sparito. Fuori dai riflettori, la religione della notizia, la partecipazione emotiva ma un’analisi onesta, senza parteggiare per nessuno se non per la verità. Sottovoce. Un unico scopo: la testimonianza. Il dovere di raccontare
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Chernobyl, viaggio nell’apocalisse
di pino scaccia | 26 Aprile, 2013
La città fantasma di Pripyat. la ruota del luna park da quella notte, il 26 aprile 1986, ventisette anni fa.
Sono stato tre volte a Chernobyl. La prima volta nel 1991, a cinque anni dal disastro, poi per il decennale e infine nel 2006 per il ventennale. Ho visto con i miei occhi la fine del mondo. Questi sono i testi dei servizi per il Tg1.
Chernobyl in russo significa “le piante che crescono nella palude”. Una volta la zona serviva per nascondersi da mongoli e tartari. Adesso il nemico e’ piu’ infido perche’ invisibile. Il territorio e’ stato diviso in quattro zone che corrispondono ai vari livelli di contaminazione. Un visitatore normale, superando molti controlli, puo’ arrivare al massimo fino al fiume Zdvizh, cioe’ al livello numero due. Al di la’, dove il tasso di radiazione e’ superiore di cinquanta volte a quello normale, e’ assolutamente proibito entrare. Riusciamo a passare. (…) Ecco il sarcofago di Chernobyl, monumento funebre alla prima era nucleare. Dentro, nascosto da lastroni di piombo e cemento che sono costati la vita agli elicotteristi che li hanno gettati, c’e’ il reattore n.4, quello dell’apocalisse. Tecnicamente e’ stato spento,ma di fatto il cuore atomico e’ ancora attivo. Arriviamo a meno di duecento metri dall’incubo del mondo. Il contatore geiger impazzisce. Qualcuno, due anni fa, e’ addirittura entrato nel sarcofago. Tecnici della stazione, per cercare il corpo del vicedirettore sparito al momento dell’esplosione. Un luogo dove non sopravvivono neppure i batteri. Mi fanno vedere il filmato: si intuiscono blocchi di lava composti da uranio, plutonio, scorie di tutti i tipi, piombo, cemento che neppure un bazooka riuscirebbe a scalfire. “E’ come entrare nel corpo del diavolo e vedere il suo cuore“, ci dicono. Entriamo eccezionalmente nella centrale. Il cuore del diavolo sta li’ in fondo, dietro un tramezzo. Siamo nella grande sala delle turbine. Quella notte e’ esplosa una turbina come questa, in quel punto, ci spiegano. Arriviamo nella sala controllo. Sul monitor compare il reattore n. 3, l’unico insieme al numero uno che ancora funziona. Ma che e’ successo quella notte? L’ultima testimonianza dall’inferno e’ di Serghei Sharshun, capoturno di allora.”Quella notte nessuno si aspettava il disastro. Anche perche’ non doveva succedere. Ci sono stati almeno tre errori. Sono arrivati ordini sbagliati. Noi superstiti non ci sentiamo fortunati. Ho sensi di colpa che nessuno potra’ mai cancellare. Mio figlio sta male, mia moglie sta morendo. Non doveva succedere. Ho la nausea di questo lavoro ma staro’ qui fino alla fine perche’ e’ il mio destino. Odio soltanto chi non ci ha mai avvertito dei rischi che correvamo“. Il viaggio, compiuto rigorosamente entro le cinque ore, e’ finito. Quando usciamo il controllo ci definisce per fortuna ancora “chisti”, puliti. Ma uscendo nella notte di Chernobyl si sentono ancora i rantoli cupi del mostro in agonia. L’incubo resta.
E questo è l’ultimo reportage per Speciale Tg1.
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Appello per i bambini della Costa d’Avorio
di pino scaccia | 25 Aprile, 2013
Dal 15 aprile al 5 maggio un sms al 45502 per la campagna “Grande contro il cancro”
In Costa d’Avorio solo 7 oncologi: l’80% dei bambini malati muore prima di ricevere cure
Secondo le stime dell’OMS ogni anno in Costa d’Avorio si ammalano di cancro circa 1000 bambini. Di questi 800 muoiono senza aver avuto accesso alle cure o essere stati presi in carico dalle strutture sanitarie. In tutto il Paese, che conta circa 22 milioni di abitanti, sono operativi solo 7 oncologi (di cui 2 pediatri) ed esistono una sola unità oncologica e una sola unità oncologica pediatrica. Presso l’unico reparto oncologico pediatrico (20 letti in totale ad Abidjan, presso il Centro Ospedaliero Universitario di Treicheville) mancano dottori, laboratori per le analisi e medicinali, sia i chemioterapici che coadiuvanti della cura. A causa dell’ignoranza diffusa soprattutto nelle zone rurali e tra i più poveri, le diagnosi sono molto tardive: dei 200 bambini malati di cancro che hanno accesso alle cure, meno di 50 guariscono. Il tasso di sopravvivenza per i bambini che arrivano all’unità oncologica è del 22%. Queste cifre sono spaventose soprattutto tenendo conto del fatto che il cancro più diffuso in età pediatrica (70% dei casi) è il linfoma di Burkitt, un tumore guaribile nell’80% dei casi. Dopo lo smantellamento del sistema sanitario avvenuto dopo la guerra civile del 2002, i costi per le cure sono diventati insopportabili per la maggior parte delle famiglie. Il costo di un ciclo di chemioterapia per il Burkitt è relativamente basso: varia da 600 a 1000 euro. Ma il 96% dei bambini malati del reparto appartiene alla classa povera, il cui stipendio varia dai 30 ai 90 euro al mese. L’ostacolo economico è il principale motivo dell’abbandono delle cure. Eppure è in questi Paesi che si verificano la maggior parte dei nuovi casi di cancro pediatrico: ogni anno si ammalano 175.000 bambini, l’85% di questi si trova in Paesi in via di sviluppo. Nei più poveri di questi, i tassi di sopravvivenza (calcolati solo su chi accende alle cure) variano dal 30 al 10%. In Italia il tasso di guarigione varia tra il 75% e l’85%.. Nel 2010 Soleterre ha attivato il Programma Internazionale per l’Oncologia Pediatrica (PIOP) per intervenire in quei Paesi dove la mancanza di conoscenza e fondi condanna i bambini malati alla morte sicura. Soleterre garantisce accesso alle cure con fondi d’emergenza e medicinali, chemioterapici e intende sviluppare in ogni Paese piani per l’accesso all’informazione e a una diagnosi tempestiva, attraverso cui i bambini malati si possano salvare.
Per questo Soleterre promuove la campagna sociale “Grande contro il cancro” a favore di 8.000 bimbi malati di cancro. Dal 15 aprile al 5 maggio 2013 sarà possibile sostenere Soleterre con l’invio di un SMS solidale da 2 euro al numero 45502 da cellulari personali Tim, Vodafone, Wind, Tre, PosteMobile, CoopVoce, Nòverca; oppure con una chiamata al 45502 da 2 o 5 euro da rete fissa Telecom Italia, Infostrada, Fastweb o 2 Euro da rete fissa TWT.
«Il cancro, in particolare quello infantile, è il “grande assente” nei programmi internazionali di sviluppo della salute pubblica – dichiara Damiano Rizzi, presidente di Soleterre – dimenticato anche negli UN Millennium Development Goals. Eppure crescono le persone malate di tumore nel mondo con previsioni di un aumento dei nuovi casi da 12,7 milioni (2008) a 22,3 milioni (2030) e punte di crescita del 93% nei Paesi in via di sviluppo come l’Africa sub sahariana. È necessario inserire il tema oncologico tra le priorità delle politiche sulla salute globale».
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Liberi
di pino scaccia | 13 Aprile, 2013
Ci sono momenti in cui conta solo la notizia: “liberi”. E’ quello che con trepidazione aspettavamo di sentire da nove giorni. Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe, Andrea Vignali e Susan Dabous sono ora in Turchia, sani e salvi. La notizia è stata data dal premier Monti che, oltre a ringraziare i funzionari della Farnesina che hanno evidentemente imboccato la strada giusta, ha apprezzato il senso di responsabilità pressocchè compatto dei media che hanno rispettato la richiesta del silenzio stampa. Certamente non è stato facile con l’angoscia che cresceva, ben sapendo la pericolosità del territorio. Ed è altrettanto chiaro che qualcosa non è andata nel verso giusto, passando dall’ipotesi di un velocissimo fermo di un gruppo ribelle alla consapevolezza di quello che con il passare dei giorni assumeva sempre più i contorni di un sequestro. Con l’amarezza oltretutto di una spiacevole bagarre tra chi teneva i contatti con gli attivisti siriani e i giornalisti italiani. La voce della liberazione in realtà girava da più di un’ora quando sui social network sono cominciate a circolare emoticon sorridenti. Forse è vero che ci sono state complicazioni nel passaggio fra il gruppo ribelle e l’esercito di liberazione, forse è vero che i tempi si sono allungati alla ricerca di un “percorso di sicurezza”. E’ troppo presto naturalmente per conoscere i dettagli, ma la più grande gioia è la consapevolezza che molto presto sarà lo stesso Amedeo Ricucci, collega esperto e credibile, a raccontarli direttamente. Se potrà farlo senza mettere in crisi le sue fonti.
Amedeo Ricucci: “Non dimentichiamo la Siria”
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La pensione di reversibilità
di pino scaccia | 12 Aprile, 2013
Ricevo.
Gentile Pino Scaccia, scrivo queste righe dopo che nel Tg1 delle 20, sono stati dedicati molti minuti al matrimonio gay in Francia e alle richieste del presidente della Consulta di legiferare in materia, e c’è stata anche la testimonianza di una coppia con le difficoltà incontrate per ottenere un mutuo o per ottenere la pensione di reversibilità . Comunico a Lei , affinché possa portare a conoscenza del Tg1 qualora venga ignorato, spero, e non volutamente taciuto, che in Italia ci sono 5 milioni di persone vedove, che combattono tutti i giorni per far quadrare un bilancio con la pensione di reversibilità o per pagare un mutuo o crescere dei figli in una solitudine non scelta. La Consulta si occupi anche di spiegarci se sia costituzionale la legge 335 / 95 Dini, che in base alla tabella F riduce l’ammontare della pensione di reversibilità in funzione del reddito del coniuge superstite, che costringe il suddetto coniuge superstite a cumulare il reddito del proprio lavoro con la pensione, alterando quindi lo scaglione di reddito , per tacere dei contributi versati dal coniuge prematuramente scomparso che non ha raggiunto i limiti minimi e quindi introitati dall’ente di previdenza, e altre iniquità che sono a disposizione per illustrare. La vedovanza riguarda tutti, chi in prima persona, come figlio, come parente o amico di persona vedova. Si pensa solo alla morte come evento fisiologico, e tale è per chi va via, ma il problema sociale che rimane non è di poco conto, riduzione drastica del tenore di vita, minori a rischio, depressione e quant’altro . Su questi argomenti ho riscontrato tanta “ignoranza” , tanto più grave a seconda del ruolo istituzionale ricoperto: ministri della repubblica, sindacalisti e assistenti sociali. Io rappresento su Taranto la sede locale de “Il Melograno- associazione per i diritti civili delle persone vedove. L’Associazione opera a livello nazionale dal 2001, promuovendo il miglioramento della condizione vedovile, attrave rso ricorsi ecc. .Rimango a disposizione per ogni approfondimento, ho indicato solo alcuni punti delle ingiustizie, anzi iniquità che si devono affrontare. Spero in un riscontro da Lei o da persona cui trasmetterà questa mail. Dott.ssa Emanuela Zucchetta Cafiero - Taranto (seguono riferimenti personali)
P.S . Esistono strumenti come il testamento, la procura generale, e nell’istruttoria per la concessione di un mutuo si valuta la capacità di restituzione delle somma mutuata che già tutelano i diritti assoluti delle persone.
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Stiamo zitti, ma non vi dimentichiamo
di pino scaccia | 10 Aprile, 2013
La situazione in Siria è talmente complessa, oltre che molto dolorosa, che è difficile seguire l’evoluzione di quella che ormai è diventata una guerra civile. E che sfugge dai meccanismi che hanno accompagnato la cosiddetta “primavera araba”. La rivoluzione siriana è qualcosa di più e di diverso. Non ci sono soltanto due “fazioni” contrapposte ma esiste un’intera galassia di gruppi utilissimi alla “causa” ma che creano indubbiamente confusione. A tal punto che anche in Italia si sta sviluppando una feroce diatriba fra le varie componenti che in qualche maniera rappresentano gli attivisti. Continuiamo a rispettare la richiesta di silenzio stampa per Amedeo Ricucci e i suoi tre coraggiosi compagni viaggio (i freelance Elio Colavolpe, Andrea Vignali e l’italo-siriana Susan Dabous). Non crediamo di infrangere niente dicendo che a questo punto la situazione si è fatta più seria, in una zona oltretutto maledetta per i giornalisti. Eviteremo dettagli e ipotesi, ma è evidente ormai che non si tratta di un “fermo” ma di un rapimento vero e proprio. I quattro giornalisti italiani sono stati bloccati da un gruppo di ribelli giovedì scorso. Chi ha contatti in zona ha sempre insistito sul semplice controllo dei documenti dopo che erano stati ripresi impropriamente obiettivi militari. Sostenendo di avere addirittura raggiunto telefonicamente i fermati si indicava in quarantotto ore la soluzione della vicenda. Non regge più, anche se capisco che la smentita di un sequestro giova alla “causa”. Usciamo almeno dall’equivoco: ormai è passata quasi una settimana esatta e ancora non s’intravede la via d’uscita. Qualcosa evidentemente è andato storto, o si è complicato. Non azzardiamo idee, non facciamo nomi né di gruppi né di luoghi: sarebbe pericoloso, registriamo soltanto dei fatti. Certamente questo fragoroso silenzio in qualche maniera imposto comincia ad essere pesante. Magari si risolverà tutto fra poche ore o fra pochi minuti (ce lo auguriamo fortemente), ma quel che ci preme adesso è di far giungere idealmente ad Amedeo e agli altri della troupe il senso della nostra vicinanza. Insomma, non intralciamo il corso di quella che ormai evidentemente è una trattativa, ma sia chiara una cosa: stiamo zitti, ma non vi dimentichiamo. Ci siamo, vicini.
Quella vecchia quercia di Amedeo Ricucci
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[Dossier] Il caso Moro
di pino scaccia | 4 Aprile, 2013
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Amina internata in manicomio
di pino scaccia | 1 Aprile, 2013
Ricordate la storia di Amina Tyler, la studentessa tunisina vittima di una fatwa per essersi arruolata nel movimento delle “Femen”? I predicatori musulmani avevano invocato la lapidazione per blasfemia dopo che si era mostrata a seno nudo rivendicando la proprietà del proprio corpo. Per giorni di lei non si è saputo nulla. Ora sappiamo dov’è grazie alle informazioni che ci sono giunte confidenzialmente da Tunisi. Questo è il messaggio: “Amina internata nell’ospedale psichiatrico Razi Mannouba della capitale. Non c’è più il pericolo della lapidazione, ma è stata dichiarata pazza per il gesto inconsulto fatto in Paese islamico. Da paura il metodo che ad oggi adottano: elettro shock. Molti entrano per nulla ed escono folli per la vita. Un medico mio amico sta tentando di saperne di più ma è molto difficile. Peccato davvero. Se ci sono novità, ti faccio sapere”. Sembra che sia stata la stessa famiglia della ragazza, che ha solo diciannove anni, a consegnarla alla polizia. Scongiurato il rischio della morte, l’attende ora un destino forse ancora peggiore: diventare pazza. E’ la legge scellerata di tutti i regimi. Gli oppositori o comunque i nemici si uccidono oppure si dichiarano folli perché secondo la perversa tesi dell’estremismo da sana non avrebbe mai potuto commettere un atto simile. Sicuramente, più che per la foto, la condanna è arrivata per quello che ha postato su Facebook: “Il mio corpo mi appartiene e non è di nessuno” scritto in arabo sul suo corpo nudo. Del resto gli Imam salafiti al termine di un processo religioso che in un Paese dove vige la sharia ha tutti i connotati anche legali avevano chiesto nell’ordine: la quarantena (trattandosi a loro dire di una malattia che potrebbe divenire epidemia e quindi potenzialmente coinvolgere altre ragazze), la fustigazione (dieci frustate alla schiena, magari in pubblico, per dare l’esempio) e infine la lapidazione: “finchè morte non sopraggiunga”. Già, una malattia. Il morbo della libertà: pericolosissimo.
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