Ricerca

Categorie

Link


« | Main | »

La festa della legalità

By pino scaccia | gennaio 3, 2010

“Si chiamerà Festa della legalità, Palermo, 15 gennaio prossimo, anniversario in cui celebriamo la cattura di Totò Riina: vittoria dello Stato contro Cosa Nostra. Una festa pubblica, con musica e parole”. Ci saranno artisti. Ci saranno tutti i vecchi della squadra, ci sarà il generale Mario Mori, ci sarà un sacco di gente, servitori dello Stato e popolo, come è giusto che sia”.  L’annuncio è di Sergio De Caprio, ex Capitano Ultimo, ora colonnello dei carabinieri, allenato a vivere mimetizzato da quando Cosa nostra lo ha condannato a morte diciassette anni fa. Dal giorno in cui con i suoi uomini, dopo duecento giorni di indagini, appostamenti e notti insonni bloccarono il capo dei capi di Cosa Nostra latitante da ventitré anni e mezzo. Era il 15 gennaio 1993. Quando Capitan Ultimo arrestò Totò Riina, diciassette anni fa

[Palermo, gennaio 1993] – Via Gianlorenzo Bernini è una via isolata, discreta, piena di ville nascoste dai muri di cinta. Un posto perfetto per chi vuole nascondersi ma non sparire, perché  è  a un passo del centro di Palermo e a ridosso dell’autostrada. In una di quelle ville, al numero 54, ha passato dieci anni della sua vita, quasi metà della latitanza, il capo dei capi di Cosa Nostra, Toto’ Riina.  Si faceva chiamare Giuseppe Bellomo, diceva di essere di Mazara del Vallo. Una casa lussuosa, con piscina e ascensore interno, naturalmente una cassaforte. Ma non era sua. La proprietà era ed è dei fratelli Giuseppe e Gaetano Sansone tuttora indagati per quell’appoggio al superboss. Riina pagava regolarmente l’affitto e anche le bollette: pagava con assegni circolari. Una vita tranquilla, fino a quel giorno. Non si sa ancora con certezza da dove è arrivata l’informazione, fatto sta che i carabinieri del Ros ormai sanno dov’è  nascosto Toto’ Riina. Ma sanno pure che non sarà facile catturarlo e chiamano il blitz “Operazione Belva”. Da mercoledì 13 gennaio si appostano in nove davanti quella villa. Il nucleo, che si chiama Crimor, e’ comandato dal “capitano Ultimo. Con lui ci sono Arciere, Vichingo, Pirata, Oscar, .Omar, Nello, Barbaro e Ombra. I nomi, ancora oggi, sono coperti dal segreto. Un giorno di attesa. Poi, la mattina dopo, alle 10,14 del 14 gennaio dal cancello della villa esce un’auto. Forse con i carabinieri c’è anche Di Maggio. Di sicuro è riconosciuta la donna all’interno: è Ninetta Bagarella, la moglie di Totò Riina. L’ultima conferma: il covo è proprio quello. Passano poco meno di ventiquattro ore. Ed ecco il momento sicuramente storico nella lotta alla mafia. Sono le 8 e 55 del 15 gennaio 1993. Esce una piccola auto, anonima. Al volante c’è Salvatore Biondino, l’autista del boss, e vicino proprio lui, la belva, Totò Riina. “In quel momento sento come un senso di vuoto” confiderà poi il capitano Ultimo. I nove della Crimor seguono l’auto, s’infilano in via Leonardo da Vinci, arrivano alla rotonda, il traffico è intenso, pochi metri dopo davanti al motel dell’Agip bloccano l’utilitaria. L’operazione è durata in tutto quindici minuti e un chilometro. La latitanza del capo dei capi di cosa nostra finisce qui dopo 23 anni, sei mesi e otto giorni, sullo stesso marciapiede dove quindici anni prima Riina fece assassinare il mafioso Beppe Di Cristina. Allora lo chiamavano solo “zio Totò’” ma da quell’assassinio partì la sua scalata a Cosa Nostra. Preso proprio dove è diventato capo. Era disarmato quando l’hanno preso. I carabinieri chiedono i documenti. L’altro li dà (sono falsi), lui no, non apre bocca. Li portano in caserma. Le prime immagini della belva in gabbia fanno il giro del mondo. E’ talmente fermo, impassibile che sembra un’istantanea. Neanche s’accorge che sta sotto la foto del generale Dalla Chiesa. L’allora colonnello Mario Mori gli dice guardandolo fisso in faccia: “Tu sei Riina”. Lui resta in silenzio, a lungo. Mori insiste, alla fine lui ammette: “Si’, sono Riina. Chiamatemi un avvocato”. La sera non cena, e rifiuta il cibo anche il giorno dopo. Prende solo caffè. Adesso sembra proprio un vecchio.

Comments

comments

Topics: mafie | 6 Comments »

6 risposte per “La festa della legalità”

  1. franca scrive:
    gennaio 3rd, 2010 alle 15:56

    “Per ringraziare i servitori dello Stato, quelli che ogni giorno danno la vita e qualche volta il sangue. Quelli che non hanno mai fatto trattative con la mafia, perché con la mafia non si tratta, ma si accerchia, si isola e si distrugge”. Per raccontare un po’ di quegli istanti che hanno nutrito le loro vite e la loro solitudine. “Per regalarci un po’ di luce, dopo la penombra”.
    Ogni altro mio commento è superfluo.

  2. ceglie scrive:
    gennaio 3rd, 2010 alle 19:01

    Troppe feste! bisogna lavorare se desideriamo uscire dalla ragnatela, altrimenti resteremo tutti intrappolati. Onoriamo ” I grandi Uomini” che hanno dato la vita, per lottare conto la mafia.

  3. Giorgius scrive:
    gennaio 4th, 2010 alle 19:05

    [OT Las Vegas] Su YouTube gli spari dellla cruenta sparatoria dentro un tribunale federale… Feriti 2 Marshall, morto uno sparatore, si cercano altri complici armati…

    Video:
    http://giorgius.ilcannocchiale.it/2010/01/04/usa_sparatoria_in_tribunale_a.html

  4. Barbara Brunati scrive:
    gennaio 7th, 2010 alle 22:45

    Credo che ricordare l’anniversario di una vittoria dello Stato sulla mafia e non solo quello di una morte di un uomo dello Stato per mano della mafia rappresenti un importante incentivo .La vicinanza della gente a chi rischia ogni giorno per assicurare i malviventi alla Giustizia è una linfa vitale, ma non dimentichiamo che l’appoggio delle istituzioni, soprattutto quello “materiale” (con un maggiore stanziamento di risorse) alle Forze dell’Ordine, è fondamentale.

  5. Gianluca scrive:
    gennaio 18th, 2010 alle 22:30

    Manca Aspide…

  6. Ettore Ferrero... scrive:
    gennaio 20th, 2010 alle 01:03

    Caro Pino Scaccia,
    quel fatidico 15 Gennaio 1993 ha lasciato dietro di sè il sapore amaro della scia di sangue, che per ragioni inconfessabili , ha permesso a Cosa nostra di commissionare sentenze di morte, impedendo a chi deteneva il potere concessogli dall’ Istituzione di adempiere nel pieno merito alla propria funzione di Servitori dello Stato.
    Molti, troppi, lo sono stati: in compiti riconosciuti da un volere superiore, quale che è esso stesso lo Stato, che dovrebbe nel senso più pieno appoggiarli, si trovano nel contrasto alla mafia, all’ inevitabile circostanza della presunta relazione di rapporti di esponenti della classe politica ed imprenditoriale, che gira attorno agli interessi comunicanti dell’illegalità mafiosa.
    Così è a distanza di ventotto anni, l’esempio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Prefetto di Palermo, che aveva ben evidenziato il tratto comunicativo del perchè la mafia, dai proventi del traffico di droga, avesse necessità di investire il denaro in forme apparentemente legali con il placido consenso della politica locale, imprenditoriale e finanziaria.
    Il Colonnello Ultimo ha concesso alla Giustizia, dopo 23 anni di latitanza, il Capo dei Corleonesi che ordinò la strage di Via Carini, prima che divenisse Capo della Cupola di Cosa nostra con l’eliminazione del boss Stefano Bontade.
    Il Colonnello Ultimo con la cattura del boss, Totò Riina, ha definitivamente impedito all’ala militare di Cosa nostra, soprattutto dopo le stragi del’92, di continuare la sua ferocia, arrestando un processo di ricatto allo Stato di grandezza esponenziale: le richieste del “papello” di Riina; la richiesta di una rete televisiva a Silvio Berlusconi che oggi è Capo del Governo.
    Un GRAZIE di cuore al Colonnello Ultimo…
    P.S. Per non parlare della revisione della strage di Via D’Amelio tradotta in nuovi e possibili attentati ai Magistrati di Caltanissetta e Palermo.-

Commenti