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Le bambine di Farah

By pino scaccia | maggio 8, 2010

Lettera da Farah (Afghanistan). “Sono di nuovo lontano da casa e da miei cari, in una città diversa con gente diversa e anche clima diverso… in Afghanistan. Qui dove sono ora fa molto caldo, secco e ogni tanto il vento tira su la sabbia-borotalco facendo impolverare tutto e tutti. La zona dove sono ora è un vero deserto. dove ogni tanto ci sono anche le dune di sabbia. il fiume farah che non sbocca in nessun mare in pratica si asciuga al sole dopo aver attraversato il confine con l’Iran. Le prime impressioni? Il paesaggio! è spettacolare…una strada asfaltata lunghissima che attraversa la distesa di nulla ogni tanto interrotta da guglie di montagne che si ergono come le dolomiti dritte. piante quasi inesistenti, greggi di capre guidate da pastori cercano per mangiare la pochissima erba. On duecento chilometri,  forse  tre distributori di carburante e nulla più. Intorno a farah invece il paesaggio si fa più verdeggiante…ma non troppo. Campi di grano quasi da mietere, orti di cetrioli cipolle pomodori e campi ormai secchi dove quello che si doveva raccogliere si è raccolto. L’oppio. avevo visto i primi campi al confine col Pakistan nel 2003. non immaginavo che i papaveri da oppio fossero così belli! Sembrano quasi tulipani. Gli uomini qui hanno i visi bruciati da sole, indossano turbanti e non il curioso cappello alla massud, gli sguardi sono guardinghi e non sempre molto cordiali. Lungo la strada che porta a Farah uno dei rattoppi dell’asfalto ti fa ritornare alla mente che gli sguardi sono più che guardinghi…e che qualcuno che ti vuole male qui c’è. Ma poi ti capita di fare attività che ti accendono la speranza e ti fanno pensare perché sei ancora qui, ancora una volta… Per dare un futuro a qualcuno, anche una piccola speranza. Come queste bambine che tra l’incuriosito e il terrorizzato dal soldato straniero chiedono in un inglese meno stentato del mio se ho una matita o una penna da dargli…” Nicola [cliccando sulla foto, la dimensione originale]

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Topics: afghanistan | 10 Comments »

10 risposte per “Le bambine di Farah”

  1. Antonella scrive:
    maggio 8th, 2010 alle 18:54

    già prima di arrivare a leggere la firma, ho riconosciuto le parole come tue… già alla scorsa missione avevo apprezzato il tuo modo di raccontare una realtà così dura! Noi non ci conosciamo, ma anche stavolta Alessia ed io ci troviamo a condividere la stessa a volte paradossale situazione. Quindi ti dico… continua con i tuoi “racconti dal fronte”, perchè non sai quanto aiutano “quelle che restano a casa” a capire la realtà che porta lontano da casa i nostri mariti. Un in bocca a lupo a te e ai tuoi colleghi.

  2. franca scrive:
    maggio 8th, 2010 alle 21:15

    Nicola, grazie.
    Attraverso i tuoi occhi e le tue sensazioni…sono stata a Farah.

  3. mariella scrive:
    maggio 9th, 2010 alle 15:50

    Sai le tue parole sono nel mio cuore, mi sento inutile qui… un abbraccio

  4. ceglie scrive:
    maggio 9th, 2010 alle 19:43

    Grazie Nicola, per la tua lettera. Non so se mi leggerai. Oggi con il tuo scritto, mi hai preso per mano e mi hai fatto rivivere, una dolce parentesi della mia vita. Hai scritto una pagina piena d’amore, di bellezza e malinconica. Per me quei giorni lontani, li rivedo con la tua descrizione, come un film a rallenty. Sono giorni oramai passati, conservati dentro il mio cuore. Che peccato! sapere che, luoghi pieni di fascino antico, oggi sono pericolosi viverci, e, impensabile da visitare, è un vero peccato, che, fanciulle non possono sentirsi libere, per vivere una semplice vita nella loro terra.

    Grazie

    Ho nella mia mente
    solo ricordi:
    di immagini sbiadite
    campi sterminati
    di papaveri colorati.
    Conservo ancora
    un pugno di quella sabbia
    dorata così fine
    da entrare dentro di me
    come un talco profumato.
    Quel caldo secco
    che t’ accarezza la pelle.
    Il vento che arriva dai monti
    dove sono finiti gli aquiloni
    colorati di Kabul?
    Odio la guerra e le violenze.
    Mi dispiace
    che ti trovi a Farah
    in un periodo non felice
    Nicola fai attenzione!
    Se puoi scrivici ancora
    le tue emozioni.
    Un caro saluto
    franca

  5. alessia scrive:
    maggio 10th, 2010 alle 08:49

    E’ si cara Antonella io e Te sempre insieme camminiamo….
    alcune volte cadendo nello sconforto ci chiediamo come mai … poi leggendo le loro esperienze leggendo questo racconto non puoi che capire…!!!!
    A noi tocca darci solo coraggio…!! baci

  6. Margherita scrive:
    maggio 11th, 2010 alle 12:08

    Nico…posso abbracciarti?

    (Ale, posso? :-D)

  7. alessia scrive:
    maggio 11th, 2010 alle 16:55

    Prego Margherita…accomodati pure…!!!
    Manifestazioni di affetto fanno sempre piacere 😉
    La vedo solo un po’ dura considerata la distanza , devi avere delle braccia molto molto lunghe…!!!

  8. Stella scrive:
    maggio 11th, 2010 alle 18:13

    Mi chiedo se sono più le persone che apprezzano la vostra presenza lì o più quelle che non la desiderano. E’ grande l’animo di chi pensa che serva stare lì, anche se è per il bene di una sola persona. Io non credo in ciò, perchè è come se mi rendessi conto che dinanzi allo sforzo di 100 persone, ce ne sono 1000 che demoliscono quegli sforzi, a partire dai vertici della piramide. Se potessi, porterei via da lì non solo i nostri militari, ma anche e soprattutto queste bambine e tutti i bambini afghani, per non saperli più intossicati se vanno a scuola o addestrati fin da piccoli alla guerra santa. E’ difficile entrare nell’ ottica di questo popolo, soprattutto per chi, come me, è tanto lontana da lì. Forse i nostri militari, impegnati in una nuova missione, sono più in grado di “immedesimarsi”. Sembra che non ci sia una soluzione. Ed io sono convinta di ciò. Sono convinta che l’Afghanistan non si libererà mai dei fardelli che la opprimono. Spero, tuttavia, che un giorno possiate dirmi “ti sbagliavi”.

  9. nicola scrive:
    maggio 12th, 2010 alle 16:16

    cosa risponderti Stella… è complicato. faccio questo lavoro perchè mi piace, sono tante le cose che me lo fanno piacere. ma sono anche tante che mi fanno pensare di lasciar perdere tutto.
    la buona volonta nel fare il mio lavoro ce la metto sempre, se anche solo uno di quei bambini o bambine grazie a uno di noi potrà diventare un giorno qualcuno per aiutare il proprio paese vorrà dire che avrò fatto fino in fondo il mio lavoro.
    gettare un seme a volte basta per far nascere una foresta. bisogna avere solo pazienza.

  10. Sissi scrive:
    maggio 12th, 2010 alle 17:04

    “Tra le potenze e le forze distruttrici si trovano i desideri dei bambini (…) Non hanno voluto incarnarsi in un mondo che offre la continuazione di ciò che era prima”.

    Ora magari farò una gran confusione e un gran calderone di sensazioni e allora mi scuso in anticipo. Non è facile per una materialista come me, che negli anni ha sicuramente cercato tanto e conquistato dei contenuti, ma rimasta pur sempre coerente a una visione edonistica della vita, in cui i Contenuti, poi, altro non sono diventati che splendide voluttà intellettuali.
    Solo che è quasi una necessità interiore che mi porta a scrivervi, perchè la lettera di Nicola mi ha commosso… per la grande armonia e sensibilità interiore di quest’Uomo coraggioso, espresse ad Arte in quella foto meravigliosa: è riuscito a rendere Bello un contesto drammatico. E’ l’Anima che parla, che ci sussurra velati sentimenti d’amore, è il Cuore che protegge… tra scelte difficili e coraggiose.
    Grazie Nicola, sei bellissimo! (e perdona il “giudizio”).

    No, non sarà MAI inutile ciò che fa lui, e tutte le persone come lui.
    So che le opinioni sono divise di fronte a tali tragici avvenimenti: consapevoli che la violenza genera altra violenza eppure indecisi perchè sembra ingiustificata e inevitabile al tempo stesso, bisogna rispondere con la guerra o con la pace ad ogni costo? è giusta la fermezza e colpire gli assassini, i terroristi protagonisti di tali stragi contro esseri inermi, o bisogna rifiutare quella che può facilmente suonare come una vendetta, la miccia che innesca ulteriori stragi, per cercare la soluzione attraverso il dialogo? Fortunato chi ha la risposta, io non lo so.

    So solo che quando siamo di fronte a un avvenimento che si presenta come Male, siamo “solo” di fronte a una realtà caotica e incompleta, alla ricerca della sua soluzione risolutiva. Anche in una malattia o in una crisi individuale è così: altro non sono che delle possibilità, e sottolineo possibilità, che si presentano per rendere possibile un progresso nella crescita personale. In realtà, quindi, di fronte a un avvenimento che si presenta come Male, il corrispettivo Bene ancora non esiste! Ed è inutile andarlo a cercare altrove o nelle soluzioni solite, là non lo troveremo mai, lo dobbiamo formulare noi partendo dalla nostra interiorità. Il Male, il dolore, nascono solo per risvegliare nell’Uomo l’urgenza di far incarnare nella realtà, individuale o sociale, un contenuto di pensiero, un ideale, che al momento della crisi ancora non è. Questo è il compito creativo dell’uomo: nel portare incontro alla realtà esterna, specialmente quando è caotica o, come in questo caso, drammatica, il proprio pensiero intuitivo. Allora questo significa amare un avvenimento: entrarvi dentro fino a far sorgere nella propria interiorità l’elemento mancante. Ciò è volgere il Male in Bene ( non considerazioni ‘amletiche’ ma dostoevskjiane stavolta è).
    Ed è ciò che fa Nicola e tutti quelli come lui, per questo il suo è davvero un sacrificio, cioè un sacri-ficio.

    So che per persone pratiche e che guardano al “risultato”, tipo me, e forse anche Stella, può sembrare retorica. Lo so. Lo so bene io che mi ero “innamorata” di Diane Jenkins, la cui storia, letta su Repubblica tempo fa, più che il coronamento di cenerentola come può a tutta prima sembrare, è invece (almeno per me) il coronamento di un altro sogno molto più ambito: e cioè lo “sfanculamento” finale – scusate il termine- e grandioso dopo una vita di traversie! Forse per questo Pino, cui avevo gentilmente chiesto di farci un post, non ha raccolto, aveva già capito… ;)) – in ogni caso lei per me rimane grandiosa lo stesso- .
    Solo che sono arrivata alla conclusione che se non ci riabituiamo a dare un altro Senso alla vita, più spirituale oltre che concreto, ci siamo avvitati su noi stessi mi sa.
    Allora, devo anche specificare che per la ‘morale’ ho preso spunto dall’autore di una rivista. Che non era nelle mie corde sennò. Però in compenso lo trovo molto bello, e lo condivido pienamente, perciò lo dedico a Nicola e a tutti i bambini di… stavo dicendo Farah, ma no, del mondo. Con i miei più fervidi in bocca al lupo, con tutto il cuore, davvero.

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