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Il vecchio cronista

By pino scaccia | giugno 14, 2010

L’ultima volta l’ho visto tre anni fa, per la sua festa dei novanta in una di quelle famose “merende” sarde in cui cominci a mangiare presto e finisci quando ormai è buio. C’era pure Graziano Mesina che gli ha regalato una penna “per continuare a scrivere”. E Mario Zappadu ha continuato praticamente a scrivere fino all’ultimo, fino a stamattina quando è stato richiamato in cielo. Cronista di razza, conoscitore di tutti i segreti  della Barbagia, diventò amico di “Grazianeddu” proprio perchè dopo una famosa (unica) intervista in latitanza non tradì la fiducia dell’allora re del Supramonte, secondo il codice ferreo degli autentici cronisti. Era un dossier ambulante dei sequestri di persona, ricordava lucidamente ogni sasso e ogni albero che aveva fatto parte in qualche maniera della storia dei rapimenti. Quando andai, anni fa, a Sassari per un’inchiesta sul banditismo sardo mi dirottarono ovviamente da lui. Mesina allora era in galera e Mario mi fece entrare nella casa di Graziano a Orgosolo: conobbi madre, sorella e cognato. Fu decisivo l’anno successivo quando mi occupai di Farouk. Mario mi affidò al figlio Antonello, già eccellente fotoreporter. Fu il chiavistello per entrare nella fiducia di Mesina.  Così , dopo giorni difficili e pericolosi, mi confidò lo scoop della liberazione. Non mi disse tutto però, cioè i risvolti di una trattativa avvelenata. Me li svelò più tardi Mario, ma con l’impegno di non divulgarli. Roba forte, con servizi segreti e faide incrociate. Se non me li diceva, stava male. Quando fu chiamato, come tutti noi, al processo per quel sequestro clamoroso, dovette violentarsi per non raccontare tutto in aula. Come fai a zittire un cronista? Di lui conservo soprattutto una frase che equivale a una grande lezione di vita. Lui era di Pattada, il paese dei coltelli. “Vedi, il coltello – mi disse una volta – serve a tagliare il pane, quindi a dare la vita. Ma il coltello serve anche a uccidere, quindi a dare la morte. Ma la colpa non è mai del coltello”.

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Topics: persone, reporter | 15 Comments »

15 risposte per “Il vecchio cronista”

  1. pina scrive:
    giugno 14th, 2010 alle 16:07

    Oddio che emozione. l”ho letto tutto d’un fiato. nel leggere mi sono tornati tutti i ricordi di quei giorni in cui ho seguito incessantemente gli avvenimenti raccontati con quel tuo modo inconfondibile che ti caratterizza.
    ti premetto che ero appena rientrata da una delle tante estati trascorse in Sardegna con i bambini, proprio in quelle zone. Me ne stavo tranquillamente al mio paesino quando al Tg 1 è stata data la notizia. Puoi capire bene quanto la cosa abbia suscitato il mio interesse e non solo, anche dei miei figli i anche se piccoli. Ancora il più grande se lo ricorda perfettamente.
    Ora leggerò il libro.

    O

  2. Barbara Brunati scrive:
    giugno 14th, 2010 alle 16:36

    Una grande lezione di vita e di onore per molti, e un’eredità preziosa per chi svolge il mestiere di giornalista.Tu l’hai raccolta e la trasmetti a tua volta.

  3. ceglie scrive:
    giugno 14th, 2010 alle 16:45

    “Che so naschidu in Patada
    cussu idda chi arroccada
    de rispettu, onore e fama
    est istada fizza e mama…”

    “Sono nato a Patada
    quella città che arroccata
    di rispetto, onore e fama
    è stata fiflia e madre…”
    (Anonimo pattadese, Patada Amiga)

    Mario Zappadu decano dei giornalisti sardi, con la sua voce roca,per lungo tempo ha parlato alla Radio Sardegna, ci ha lasciato, oggi sarà un po’ confuso “Iah-Hel” lo aiuterà a percorrere la nuova strada. Dedicare la vita a un lavoro che ami ci si può ritenere fortunati. Quando si spegne un anziano si spegne anche tanta saggezza. Sicuramente avrà lasciato tantissimi semi positivi sulla terra. Nato in una terra di pietre e di coltelli, con amore e onesta ha seminato la sua vita.
    Un giorno in un bosco del Gran Sasso, mentre facevo delle immagini da sotto uno strato di terra qualcosa illuminato dal sole riluceva, ho trovato un coltello, c’era un po’ di ruggine, quando l’ha visto mio nipote le ho detto: “Andrea vedi questa scritta Patada è la terra dei tuoi avi, fai attenzione te lo regalo, conservalo per ricordo sicuramente un pastore sardo si trovava sui monti della Laga ci avrà tagliato il suo pane e il suo formaggio, ma tu devi fare attenzione, ti puoi anche ferire, lo devi conservare solo per ricordo delle tue radici.
    Gabbiano, anche se è una notizia triste, morire alla sua età e con tanti bei ricordi è un morire naturale. Lo ricorderai sempre il quella famosa merenda.

  4. Silvi scrive:
    giugno 15th, 2010 alle 06:42

    Quando un amico se ne va rimangono i ricordi.
    In questo caso sono ricordi valorosi ,ricordi con un’anima, immortali.
    Chi non ha nella memoria quei giorni! Chi non non ricorda gli occhi di Farouk ,tanto simili a quelli dei bimbi sardi da confonderne l’ origine.
    La metafora del coltello credo sia emblematica ,a dimostrazione di come un uomo dalle tradizioni e origini dure,fiere possa diventare, pure attraverso la propria professione,un attento e fine osservatore della realta’ che lo circonda.Il coltello, per similitudini di forma?,come la penna .La scrittura puo’ riempire la vita,dare sostanza ad un avvenimento ma potrebbe ferire tanto da dare la morte.Ma non e’ mai colpa della penna .

    Come mai le immagini hanno delle colpe :fissano solamente la realta’. Realta’ che il figlio Antonello e’ riuscito ad immortalare,ricordandoci delle miserie umane.

  5. Lucio Gialloreti scrive:
    giugno 15th, 2010 alle 21:36

    Caro Pino, sicuramente una “merenda” indimenticabile con un personaggio e un cronista speciale e d’altri tempi, con un codice etico e saggezza rari! Bellissimo il pensiero del coltello!

  6. pina scrive:
    giugno 15th, 2010 alle 22:48

    … e del pane.Lucio. Il pane per loro è un elemento Sacro.
    Tanti lo fanno ancora in casa e te lo offrono, ecco si, te lo offrono come un dono prezioso.

  7. ceglie scrive:
    giugno 16th, 2010 alle 12:10

    Ho guardato il sito di Antonello, immagini stupende, crudeli, vere. Una in particolare è apparsa ai miei occhi e mi ha sconvolto:”solo il volto di una bambina impolverata”, e da ieri che la rivedo nella mente. Cercherò di sapere la storia di quella povera bambina, lasciata nella polvere, come una piccola bambola rotta. Scriverò per lei una nuova vita, piena di sorrisi e di tanto amore, la porterò per sempre in un mondo migliore.

  8. Silvi scrive:
    giugno 16th, 2010 alle 13:43

    Franca aspettero’ che tu ,con la tua consueta grazia, pennelli un’immagine diversa , vista con i tuoi occhi e desritta dalla tua fantasia.
    Come quegli occhi che videro una bimba vestita d’azzurro e si sciolsero in uno un sorriso ,così tu potrai ridare dignita’ alla polvere.

  9. ceglie scrive:
    giugno 16th, 2010 alle 17:46

    @Silvi
    Ieri stavo girando su internet, e siccome non sono molto esperta di spostamenti di siti, mentre mi trovavo a vedere le immagini di Antonello, mi è apparsa l’immagine della bambina. Una immagine, che mi ha scioccato! tanto da cancellare in quale sito ero finita, per rispetto, non ho voluto fare copia incolla e sono uscita come per cancellare l’orrore, ma, avevo solo cancellato, la strada che mi ha condotto a lei.
    Avevo deciso di scrivere una storia, ma non potevo solo con il flash dell’ immagine cruenta. Troppo poco per me per scrivere, ho bisogno di sapere qualcosa di più; il suo nome in quale terra ha vissuto… Ho scritto ad Antonello per chiedergli il nome, perché credevo che l’immagine era sua. Questa mattina, ci siamo chiariti dell’equivoco, e ho iniziato su internet le ricerche. Oramai ho il volto e il nome: ”Aya Al-Najjar” un volto dolce, ma, molto triste; preferisco questa immagine, che, quella di ieri. Aya, merita una vera storia, una storia pulita, una storia di vita e di luce. In questi giorni starò con lei, e quando mi sento pronta, scriverò con l’aiuto del mio angelo Nithael. franca

  10. Silvi scrive:
    giugno 16th, 2010 alle 21:00

    Allora che l’angelo ti accompagni lungo la tua ricerca Franca e che dia luce al volto ,alla vita di Aya.

  11. Giorgius scrive:
    giugno 19th, 2010 alle 10:24

    [OT] Malta, Muore per un “incidente domestico” il Dr. Alexander Pikayev, esperto russo in armi nucleari

    …Il Dr. Pikayev era un esperto di armi nucleari e un consulente del parlamento russo. Come per altre precedenti morti “anomale” del passato, gli investigatori maltesi sono concordi sul decesso per morte naturale (caduta accidentale), scartando l’ipotesi iniziale dell’omicidio…

    MORE:
    http://giorgius.ilcannocchiale.it/2010/06/18/guerra_fredda_2_russias_t50_pa.html

  12. silvi scrive:
    giugno 19th, 2010 alle 18:05

    Di questi intrighi internazionali non ne capisco molto anzi nulla!Sicuramente fa un certo effetto pensare a spie che ammazzano per qualche segreto militare o civile….d’altronde quanti giornalisti hanno perso la vita per i loro scoop. Basti pensare ad Ilaria Alpi o ad AnnaPolitikovskaja…..

  13. ceglie scrive:
    giugno 22nd, 2010 alle 17:04

    UNA FAVOLA PER AYA.
    (dedicata a tutti i bambini che, ancora oggi, sulla terra soffrono).

    Cari amici, spesso ci capita di vedere un video sul PC, oppure uno spezzone di telegiornale, che ci sconvolge la serata; poi con un semplice clic spegniamo e tutto sparisce dentro una scatola nera. Ma la realtà resta e solo in pochi tentano di fare qualcosa. Siamo tutti presi da una vita convulsa ed un poco folle, viviamo giornate piene di stress, i valori umani stanno scomparendo: l’indifferenza sta uccidendo perfino le nostre famiglie. Storditi da una società rissosa, dove sembrano avere valore i messaggi, martellanti e ossessivi, che hanno per oggetto una visione della vita legata esclusivamente agli aspetti materiali dell’esistenza umana, non ci accorgiamo di quanto il mondo abbia bisogno di spiritualità, di moralità, di ritrovare i nostri antichi e sani valori sui quali si è sempre fondato il mondo civile. Anche per me la vita è stata molto complicata e lo è ancora, ma dove ho trovato la forza per andare avanti? Pensando sempre ai bambini ed agli anziani, che soffrono da sempre di sicuro molto più di me.
    Sono tre anni che scrivo sul mio blog e su altri ancora, voi che mi seguite conoscete bene il mio pensiero. Ho deciso di dedicare ancora del tempo a quei bambini che non riescono a trovare una via che li porti a conseguire il diritto di vivere una vita degna di essere vissuta. Voi lo sapete: il mio impegno è quello di dare il mio umile contributo attraverso la scrittura. Per me è molto difficile scrivere per queste anime innocenti, tenterò di creare una semplice storia, trovare una terra felice, una sorta di isola serena per tutte quelle creature che hanno perso la vita a causa del male e delle guerre, per quei bambini che la stanno perdendo, e per quei bambini che ancora oggi soffrono sul nostro pianeta la piaga della povertà, dell’analfabetismo, del mercato del sesso, degli organi: ma vedete quanto orrore offende delle anime innocenti?. Anche se ci sono angeli viventi, che cercano di fare qualcosa per loro non è facile: sono ancora troppi i bambini da proteggere e pochi gli angeli. Sarebbe sufficiente solo un piccolo aiuto da parte di tutti noi: altrimenti un giorno il nostro pianeta sarà inondato non da un mare azzurro, o turchino, ma colore rosso: tinto dal sangue di tutte quelle vite innocenti, strappate al mondo con la violenza. Anche se aiutiamo un solo bambino, abbiamo salvato una creatura e le abbiamo donato un po’ di vita.
    Ciao dolce bambina, nella mia mente c’è impressa l’immagine della tua fine. Quella foto orrenda l’ho stampata nella mente, il tuo volto impolverato, abbandonato sulla tua terra: non mi sembravi neppure vera, mi sembravi una bambola rotta! Per giorni ti ho cercato, dovevo capire cosa ti era accaduto! Ti ho cercata, per conoscere il tuo nome e quale paese crudele avesse potuto farti tutto questo. Dopo giorni di ricerche, ti ho trovato e adesso conosco anche il tuo nome, non desidero scrivere della crudeltà che certi uomini potenti stanno seminando sulla terra, belve che continuano a non comprendere, fanno guerre assurde, costruiscono muri e mettono fili spinati: siamo nati liberi e viviamo prigionieri. Uomini ricchi di solo odio e rapacità ancora non comprendono che stanno uccidendo i propri fratelli! Anche il tuo nome è dolce e musicale: “ Aya Al-Najjar “. Ti osservo, vedo il tuo volto dai lineamenti delicati e perfetti, ti ho riconosciuta; in un’altra immagine hai un bel visetto dall’incarnato roseo, ma ho anche trovato un velo di grande tristezza nei tuoi occhi, come se la tua anima già intuisse l’orribile fine cui era condannata. Nelle due immagini la stessa espressione di tristezza, non ho trovato nessun sorriso di bimba, nei tuoi occhi ho visto un mare di dolore, piccola creatura: i tuoi occhi parlavano degli orrori che nella tua anima erano stati impressi da uomini crudeli. La tua terra martoriata ha segnato il tuo destino, ha spezzato la tua vita.
    Cari amici dellatorre, domani posterò la favola

  14. ceglie scrive:
    giugno 23rd, 2010 alle 07:42

    LA STORIA DI AYA.

    Il mare sembrava essersi addormentato. Non un soffio di vento, non un’onda lo increspava e sulla sua superficie non il riverbero di un raggio del sole i cui raggi erano spenti e poi annullati da quella ostinata immobilità. Sotto il sole del pomeriggio lo sguardo non avrebbe potuto stendersi su alcunché, attorno ovunque la stessa foschìa ed il caldo afoso a confondere all’orizzonte le linee del cielo e del mare. Solo una piccola barca scivolava pian piano sull’infinita tavola blu, due piccole braccia si intestardivano ai remi, ma della costa ancora nessuna speranza. La piccola Aya, continuava a remare, sempre più stanca e prostrata dal sole e dalla fatica. Remava da tanto tempo e non ricordava neppure più da quanto, ricordava soltanto che il sole e la luna si erano già inseguiti più volte nel cielo. Le palme delle mani, piene di vesciche, avevano cominciato a sanguinare e, ad ogni colpo di remo, le bruciavano più forte. Il vestito, sporco di sudore e macchiato dal sangue, fasciava come garza il suo corpicino magro. La bambina, gli occhi fissi sulle ginocchia nello sforzo, continuava a remare ostinata, lo sciabordìo dell’acqua, lungo i fianchi della barca piccola come un guscio, scandiva implacabile il ritmo dei remi e della sua fatica. Intanto il sole aveva preso a declinare dietro l’orizzonte ed Aya asciugò con la manica del vestito e il sudore che le imperlava la fronte. Era ormai tanto stremata da essere sul punto di svenire, solo ogni tanto sollevava la testa, e i suoi occhi grandi e velati dalla paura fissavano il nulla, che si perdeva nella foschìa immobile come un sipario tutto attorno. Ancora un colpo di remo, poi uno sguardo nel nulla ancora e finalmente, nel declinare del sole al tramonto, ai suoi occhi apparve una sottile linea scura e poi pian piano, le palme straziate ad ogni colpo di remo ritmato dallo sciabordìo dell’acqua lungo i fianchi del piccolo guscio, le linee di un piccolo villaggio, le cui case basse e candide come confetti se ne stavano avvinghiate alla scogliera, tanto da sembrare un pugno di ghiaia, lanciata dal cielo sulla costa. I cespugli dalle case fino alla spiaggia, erano un fitto intrico di ciuffi selvatici dai diversi colori; dominava il verde, che ad Aya ricordava il giardino della sua casa, dove giocava con il nonno ed ascoltava le sue storie dei pirati e dei luoghi sconosciuti che stanno al di là del mare e poi quel tuono assordante. Gettò lo sguardo ancora una volta verso le case, scrutò i giardini ed i piccoli orti ed un senso di serenità l’invase.
    Sorrise, gli occhi pieni di una luce nuova, si accanì con forza sui remi e, ad un tratto, la chiglia incontrò il bagnasciuga. Lasciò che i remi cadessero all’interno della barca, scavalcò il bordo, che per lei era alto come tutta la scogliera e finalmente avvertì la sabbia dell’arenile sotto ai suoi piedi. Le onde cancellarono le sue prime orme sul bagnasciuga fra i ciuffi di posidonia, mentre Aya, sfinita, continuava ad affondare i passi nell’arenile, che si faceva sempre più rovente man mano che il mare si faceva più lontano. Fu distratta da un canto di bambini, con un balzo trovò sollievo all’ombra di un fitto intrico di cespugli d’erica e rosmarino, il cui profumo la stordì. Rimase ferma ad osservare, stropicciando i piedi scottati dal calore della sabbia, poi si alzò sulle punte per guardar meglio oltre la siepe profumata che la nascondeva. Vide altri bambini che giocavano ridendo e, come gattini, si nascondevano, per poi sgattaiolare fuori dai nascondigli e rincorrersi. Le sembrò che tutta la bontà e la gioia del mondo si fossero date convegno in quel momento davanti ai suoi occhi e si sentì di nuovo felice, ma gli altri bambini, presi dal gioco, non si accorsero neppure della sua presenza. Guardò le basse case bianche, dove un’ altro gruppo di bambini, seduti a terra in cerchio, cantavano in coro le filastrocche delle nonne ed anche quei bambini le sembrarono felici. Cantavano in un dialetto antico, ma lei li capiva. Il loro canto si mischiava al canto dei gabbiani ed a quello del mare nella risacca e poi la raggiungeva ovattato dal soffio del vento della sera. Alcuni bambini avevano vestiti bianchi come la neve, altri color del cielo, tutti ricamati con filo di broccato e le sembrò nuovamente che lì fra loro ci fossero solo bontà e gioia, eppure si rannicchiò e decise di restare nascosta. Era tutta sporca e si vergognava, però ancora una volta le sembrò proprio che solo il canto e le grida di gioia regnassero in quella terra felice.
    Una bambina color del cioccolato, con gli occhi grandi e i capelli ricci raccolti in piccole treccine la scovò nel suo nascondiglio. La raggiunse e con un gesto gentile la prese per mano, e la portò fino ad un cespuglio di erica a prendere un abito nuovo di lino bianco. Tenendola per mano la portò fino ad uno stagno, l’aiutò a lavarsi, le medicò le mani con delle foglie e ad Aya sembrò che il dolore fosse sparito del tutto. Sulla scogliera spiccava una minuscola casa dal tetto di tegole rosse, i davanzali delle finestre erano pieni di gerani e fiori colorati; tutto intorno alberi che in primavera si riempivano di gemme e di fiori e che adesso erano ricchi di frutti saporiti. Ad una finestra rivolta verso il mare si intravvedeva la testa di una donna anziana e già canuta, china su di un telo. La donna ricamava un tessuto di lino bianco, che un giorno avrebbe vestito un altro bambino. Ogni tanto sollevava il capo, sorrideva nel pensare a quel bambino e continuava il suo lavoro la nonnina, senza stancarsi mai.
    Poco più in là un uomo all’ombra degli alberi raccoglieva frutti, che deponeva poi con grande cura in una bisaccia di tela ormai logora e lercia di terra, con la manica della camicia si asciugava il sudore; sul suo volto bruciato il sole ed il tempo avevano disegnato solchi profondi. Intanto i bambini più piccoli si rincorrevano e si davano la mano per fare il girotondo intorno ad un albero di fico che, anch’esso anziano, troneggiava grande e grosso e carico di frutti.
    Il sole era intanto già calato da tempo dietro l’orizzonte ed una donna s’affacciò alla porta di una delle case: chiamava i bambini per la cena e poi…poi chiamò anche Aya. Non poteva credere alle sue orecchie e le sembrò fosse stata sua madre a chiamarla, a pronunciare finalmente il suo nome, come faceva ogni giorno, mentre lei giocava nel piccolo cortile, finché ad un tratto un lampo aveva seguito quel tuono.
    La donna continuava intanto a chiamarla a gran voce, a farle cenno di venire. Ad Aya sembrò di riconoscere quella voce, eppure non conosceva quel volto, la sua casa, la sua terra ed il suo mare. Nel cielo le nuvole bianche correvano veloci, si avvicinò prima incerta, poi corse dagli altri bambini e sedette assieme a loro. Anche la nonnina prese posto e volle che Aya sedesse proprio accanto a lei e le accarezzò i capelli ancora umidi. Non conosceva quella gente tanto buona, ma si sentiva fra loro come quando era a casa; parlavano un dialetto, forse una lingua antica, ma lei li capiva lo stesso.
    Passarono i giorni, il tempo nell’armonia di quel luogo sereno e felice sembrava sospeso e, alla fine, non esisteva più. Le nuvole bianche, che sembravano batuffoli di cotone, scivolavano veloci nel cielo, che era sempre colorato di un celeste splendente e i bambini erano ogni giorno più numerosi: molte altre barche dipinte d’azzurro e piccole come un guscio, al declinare del sole all’orizzonte, erano approdate alla spiaggia. Quando le case bianche si tingevano del rosa del tramonto, una piccola barca dipinta di azzurro portava un nuovo bambino, sudato e lacero, avvolto nel vestito strappato e macchiato di sangue, che l’avvolgeva come una garza, ancora stordito dal tuono e dal lampo di una granata. In quella terra che ha sempre avuto tanti nomi e non può conoscere il tempo, dove la voce umana non nasce sulle labbra ma nell’anima; in quel luogo sereno dove è finalmente possibile che ad ogni male venga contrapposto il bene termina la storia di Aya, solo perché per lei già inizia un’altra storia.

    franca bassi

  15. Laura scrive:
    luglio 3rd, 2010 alle 13:16

    ..Un grande cronista dal quale,conoscendolo,ha ereditato molti di quei valori che ‘fanno”l’unicità dell’individuo!
    Putroppo troppo spesso non è il coltello ad uccidere, ma l’odio che non permette di vedere al di là di quel che appare.
    La Sardegna,comunque è Terra di forti tradizioni e valori:il buono ed il cattivo,si sa,sono dovunque!
    Grazie Pino.
    Laura.

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