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A scuola di dialetto

By pino scaccia | agosto 10, 2010

In un mondo precario, nel senso che per i giovani è sempre più difficile trovare lavoro, il consiglio di chi se ne intende è di indirizzarsi verso le lingue straniere. Specie quelle meno usuali e cosidette del futuro come cinese e arabo. Personalmente ho sempre pensato che in un mercato del lavoro (teoricamente) senza frontiere è indispensabile conoscere (bene) l’inglese, la lingua comune universale (anche europea, per non parlare dell’informatica). Del resto, siamo uno dei pochissimi popoli non bilingue e magari sarebbe opportuno insegnarlo a scuola, fin dalle elementari. Fatto sta che almeno entro i nostri confini c’è una lingua che ci unisce, e unisce anche i “nuovi italiani”, il popolo sempre più numeroso che ha scelto la nostra terra come propria terra. Detto questo, cosa si è inventato un sindaco lombardo? Di far studiare il dialetto: a Sant’Angelo Lodigiano, dal prossimo settembre fra le materie scolastiche ci sarà pure il “milanese”. Premetto che non ho niente contro i dialetti, anzi costituiscono una grande risorsa culturale, l’esaltazione delle origini, il sapore della storia, ma sono convinto tuttavia che vanno tramandati di generazione in generazione, non certo studiandoli sui libri. Questo blog, intitolato alla torre di Babele, non può che inorridire di fronte all’iniziativa: mentre si tenta di ripristinare una lingua comune e già da turisti con il solo italiano facciamo una figura barbina, se l’esempio fosse replicato in altre regioni ci ritroveremmo in piena incomprensibilità nazionale. Ci pensate a un dialogo fra un sardo e un piemontese, fra un veneto e un calabrese? Al mare con l’interprete? Naturalmente non c’è da spaventarsi poichè, con tutto il rispetto, Sant’Angelo Lodigiano (patria di grandi cestisti) conta appena 13.313 abitanti, all’ultimo censimento, qualcosa come il tre cento di un quartiere di Roma. Il sindaco è Domenico Crespi, simpatico e molto attivo, uno che la politica la fa da sempre: primo cittadino per tre anni quando c’era la Dc, è stato rieletto in una lista civica nel 2007. Quel che sorprende è un altro dato. Il suo comune è fra i più integrati d’Italia: quasi il quindici per cento della popolazione è straniera. Su tredicimila abitanti, quasi 1900 vengono da altri Paesi, addirittura 1500 sono rumeni, poi ci sono tanti albanesi, egiziani, marocchini e anche ecuadoregni, nigeriani tunisini, ivoriani, ucraini e peruviani. Sarebbe una splendida piattaforma di un pianeta senza confini nè barriere. Saranno pure simpatici, ma se parlano tutti milanese, poi chi li capisce?

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Topics: bellitalia | 19 Comments »

19 risposte per “A scuola di dialetto”

  1. Magritte60 scrive:
    agosto 10th, 2010 alle 15:16

    In realtà il Sindaco potrà far insegnare il dialetto lodigiano, dello stesso ceppo del meneghino ma con accento più morbido.
    Mio papà quand’ero piccolo, mi disse che se uno qua la deve vedere per dialetti e siti di provenienza finisce male.
    Non a caso i meneghini autentici dicono che già quelli dell’hiterland, sono “Milanes arious”, ovverro “in aria di Milano” e che “il meridione” inizia dopo Milano Rogoredo” a significare che già uno di San Donato non è più di Milano, e a Sant’Angelo stanno ai confini pure coi Pavesi.
    Del suo ridente comune, possiamo ricordare, oltre una buona presenza di mafia calabrese, un’ottima prioduzione di formaggio grana lodigiano, meglio conosciuto come “padano” e le rane, che sono un piatto tipico della bassa
    Il Sindaco di Sant’Angelo, dovrebbe anche pensare alla comunità italiana non autoctona, molto presente in tale comune, perchè sugli 11.000 “italiani” mi sa che almeno la metà lodigiano non è.
    Quindi per essere precisi precisi el Sciur Sindac, il ghe pensì a mung i vach, che lù de Milan le ghe minga.

  2. pino scaccia scrive:
    agosto 10th, 2010 alle 15:25

    Ecco, appunto. Vedi io avrei scelto un finale più romanesco, che notoriamente è molto meno elegante.
    (Mi viene in mente che quando abitavo nelle Marche c’erano differenze di dialetto anche a dieci chilometri, io stesso riconoscevo un falconarese da un osimano…)

  3. teresa scrive:
    agosto 10th, 2010 alle 15:28

    chiudiamoci sempre di più fra le “nostre quattro mura” teniamo il mondo fuori e impariamo i dialetti :-(

  4. Magritte60 scrive:
    agosto 10th, 2010 alle 15:50

    A beh se vuoi il meneghino non è da meno, addiritura distingue per definizione profonda il vulgaris “ma va a cagà!” dal più definitivo e tombale “Caghes a dos!” a cui si può aggiungere (perfidamente) “…e te ghe miga mandà a dar via el cù! …prim che el te piasa”

    …a proposito di marchigiani. Vuoi mettere con quelli di pesaro e urbino e il loro “marcagnolo” e i loro “gim a lè” e “gim a che”? ;o)))

  5. pino scaccia scrive:
    agosto 10th, 2010 alle 16:40

    Tra pesaresi e maceratesi la differenza è come fra un afghano e un brasiliano (dove gli afghani sono quelli della “marca sporca” secondo i marchigiani del nord)…
    Comunque, vedi l’importanza delle lingue, la ricchezza di girare il mondo? Riesco a capire pure il milanese…. ;)))

  6. Magritte60 scrive:
    agosto 10th, 2010 alle 16:42

    battutte a parte c’è molto da ragionare sul chiudersi a riccio, nell’inacapacità di confrontrsi con il presente e il futuro.
    Io sono di Milano, mio papà di Milano (ma è cresicuto a Roma), mia Mamma di Milano, ma i miei nonni vengono da Napol…i, Venezia, Bresso (aria di Milano eheheh) Novara. Mio padre perse la mamma venaziana da piccolo ed ebbe una matrigna siciliana. Sicome non ci andava d’accordo tornò dopo la guerra a Milano a vivere con sua zia materna e suo marito italo austriaco, che io ho chiamato nonni da quando sono nato. I bisnonni vengono invece da Torino, Reggio Calabria, Napoli, Venezia, il Lago di Lugano. Abbiate pazienza, ma io so di essere sicuramente due cose: Italiano e milanese e (o ciumbia!) per il resto poson ad tutc a ciapa i ratt!

  7. claudio scrive:
    agosto 10th, 2010 alle 16:43

    Condivido quanto scritto da Pino; tra l’altro l’origine delle nostre lingue è stata sabotata perchè dava fastidio alla “cultura ufficiale” questa attribuzione di una provenienza dalla Lidia ( Anatolia) : si vedano gli studi di Giovanni Semerano, che ha scoperto e decifrato le radici accadiche e semitiche di alcuni term…ini. Come dice giustamente Galimberti, ( Umberto naturalmente), IN CHE LINGUA SI TRADUCE L’OCCIDENTE?

  8. pino scaccia scrive:
    agosto 10th, 2010 alle 16:46

    Io ho un problema personale, molto importante. Il dialogo con mio figlio. Ecco, i nonni paterni di Gabriele sono uno siciliano, l’altra romana; quelli materni uno inglese, l’altra napoletana. Lui è nato in campo neutro, “in” Ancona. Per comunicare abbiamo deciso: parliamo italiano.

  9. Barbara Brunati scrive:
    agosto 10th, 2010 alle 17:23

    Sono cresciuta inuna famiglia in cui genitori e zii parlano prevalentemente dialetto (comasco), li capisco perfettamente, ma incredibilmente non riesco a parlarlo, se non per poche espressioni. Anni fa, a Como, l’Associazione Famiglai Comasca aveva adottato l’iniziativa di diffondere la cultura dialettale nelle scuole della città e della provincia.Non credo fosse un tentativo di aggrapparsi strenuamente alla propria “lingua”, ma di aiutarli a conosce il territorio e le tradizioni. Se l’intenzione del sindaco di Sant’Angelo Lodigiano è quella di muoversi in questo senso, non ci vedo nulla di male.

  10. Barbara Brunati scrive:
    agosto 10th, 2010 alle 17:37

    ohibò, il mio commento sente tutta la mia stanchezza…
    l’oggetto di “aiutarli” è costituito dai bambini e dai ragazzi delle varie scuole.E mi scuso per i refusi :-)

  11. silvi scrive:
    agosto 10th, 2010 alle 17:51

    Qui ,ai confini della realta’, la lingua ufficiale è il veneto. Esiste una difficolta’ oggettiva nell’esprimere un concetto ,una frase in italiano;non lo si conosce!!!! Questo ovviamente per le vecchie generazioni. I giovani per fortuna,pure da noi , si esprimono in italiano e conoscono l’inglese.
    Non è solo un trascinamento di vecchie logiche tipo “Roma sei ladrona disconosco pure la tua lingua”,ma una difficolta’ legata alla mancanza di scolarizzazione.
    Con questo non rinnego assolutamente il valore del mio dialetto .Credo sia una delle tante maniere per rimanere legati al proprio territorio ma non puo’ essere l’unica e mai capiro’ l’esigenza di rivendicare qualcosa attraverso una cadenza.
    Ma quanto greco c’è nel nostro dialetto? Quanto spagnolo o francese? e chi glielo spiega ai vari Bitonci(ho preso un sindaco a caso) che la lingua è una delle forme espressive in continuo ,veloce mutamento e che non saranno di certo arcaici proclami a fermare l’evoluzione linguistica.

  12. Silvia scrive:
    agosto 11th, 2010 alle 07:45

    Mi sembra molto sciocco trattare il dialetto milanese come se fosse una lingua e dunque, insegnarlo. Il dialetto si impara crescendo, così come fa mio nipote che annaffia le piante con il “bagnur”, perché è la prima parola che ha imparato per chiamare l’innaffiatoio. Il nonno lo chiama “cé”, fosse nato un chilometro più in là, lo avrebbe chiamato “nonu”. Come le spiegherebbero queste cose a scuola? Quale parola sceglierebbero?

  13. ceglie scrive:
    agosto 11th, 2010 alle 08:41

    Opto per la lingua madre e per l’inglese per aspirare a la professione. I vari dialetti sono belli e pittoreschi li studierei a scuola per creare poesie in vernacolo è come lasciare un segno delle proprie radici è utile a conoscersi meglio. Comunque è molto difficile comunicare anche con il vicino anche se si conoscono le lingue e i dialetti. Per me, che comprendo la lingua universale, quella dei gesti riesco a comunicare anche con la natura.Un saluto a tutta la torre;)

  14. Giorgius scrive:
    agosto 11th, 2010 alle 14:39

    [OT Incendi intorno Chernobyl] Fine estate con il contatore geiger in mano? Tra discutibili ufficiali rassicurazioni, le solite grosse incognite sanitarie del caso, bruciano in queste ultime ore i primi ettari contaminati dal terribile incidente nucleare del 1986…

    MORE:
    http://giorgius.ilcannocchiale.it/2010/08/11/incendi_russia_urges_no_panic.html

  15. Lucio Gialloreti scrive:
    agosto 11th, 2010 alle 17:06

    Giustissimo, caro Pino , che i giovani imparino lingue (oltre all’inglese, ovviamente) non usuali per il mercato globale del lavoro.Tanti ,tanti anni fa,il fratello di un mio compagno di classe al liceo , studiò lingue orientali ed entrò in diplomazia fino a raggiungere il grado di ambasciatore in alcuni dei Paesi di cui conosceva la lingua. Un esempio “ante litteram” di quanto tu suggerisci. Per il resto , forse sarebbe opportuno che le nuove leve imparino , e bene, l’italiano , ancora per certi versi sconosciuto, visti alcuni risultati in esami forensi e simili!l La tendenza ( di marca , mi pare , politico-leghista , soprattutto) a rinchiudersi a riccio nel dialetto, poi , mi sembra una contraddizione palese con la ormai diffusa” integrazione” , oltre che essere antistorica e becera ,rispetto ai tempi in cui viviamo.

  16. Alessandro Desi' scrive:
    gennaio 10th, 2011 alle 21:45

    Il riferimento alla lingua sarda fatta nell’articolo che ritengo del tuttto fuori luogo essendo il sardo, come l ladino e il friulano, riconosciuti come miniranze linguistiche fin dal lontano 1999. Detto questo il signor Scaccia omette di far presente un’ovieta': da una sessantina d’anni cioe’ dalla nascita della Repubblica, chi appartiene alla comunita’ altoatesina di lingua tedesca e chi appartiene a quelle francofona valdostana comunicano tra di loro molto semplicemente in italiano che nell’ambito dlello Stato costituisce la lingua tetto. Fare orecchie da mercante su questo punto non le fa assolutamente onore: i sardi e i piemontresicomunicheranno tra loro semplicemente in italiano indipendentemente dal livella di tutela della lingua sarda che ricordo essere la piu’ conservativa degli idiomi romanzi (e questa e’ una ragione sufficiente per una tutela piu’ ampia possibile, sul modello catalano. perche’ anche in
    Spagna, cosi’ frammentata dal punto di vista linguistico, la lingua franca continua ad essere il castigliano. Cordiali saluti

  17. Matteo Nunzi scrive:
    gennaio 10th, 2011 alle 22:58

    Allora, mi sembra che la maggior parte dei commenti sia schierata in maniera definitiva: il dialetto sì, va bene per certe cose “folcloristiche”, ma nulla più? Ha detto qualcuno che l’italia è uno dei paesi più arretrati in teme di bilinguismo, beh peccato che nello stesso sommento afferma anche di voler disincentivare il bilinguismo. Parlo di quello intranazionale. Un noto linguista dell’ottocento affermava appunto di dover “mantenere i figliuoli biligue”. In questo caso si parla di cultura, una cultura gratuita, spontanea che non necessita di sacrificio per essere appresa. A quel punto i nostri figluoli potrebbero addirittura essere tri-lingui ed oltre. Parliamo di cultura, non solo in termini di utilità, la lingua non è solo un mezzo, ma un contenuto. Se così non fosse potremmo abolire l’italiano perchè utilizzato in un raggio inferiore rispetto all’inglese, oppure distruggere tutti i libri scritti prima di una certa data, arbitrariamente, perchè forse obsoleti. Giusto dire che non debba essere la scuola ad insegnare il dialetto, perchè non si può studiare sui libri (anche perchè diventerebbe vuoto e grigio come tutte le altre materie scolastiche), poichè esso è una lingua viva, la lingua di una comunità e la cominità deve utilizzarlo senza timore (non dimentichiamo che l’italiano standard è una lingua fittizia ed imposta, non una lingua ralmente parlata, nata oltretutto da uno dei tanti dialetti) in unione alla conoscenza dell’italiano come una seconda lingua, stavolta prevalentemente scritta ed adibita a certi contesti. Qui si sinserisce la scuola: essa non deve insegnare il dialetto, ma insegnare che esso è importante ed è cultura, e soprattutto non cultura secondaria.

  18. Matteo Nunzi scrive:
    gennaio 10th, 2011 alle 23:07

    L’ultima cosa: “chiudiamoci tra le nostre quattro mura ed impariamo i dialetti”
    Intanto i dialetti non si imparano, o si possiedono (perchè è questo il termine più appripriato in quanto bagaglio culturale) oppure no e poi avere una conoscenza più ampia e oltretutto che non comprende solo quel sapere omologato e preconfezionato che ci viene imposto, non può che essereun vantaggio ed un’apertura mentale, avere a disposizione più parole e più idee. Certamente chi non lo possiede non può capire cosa significhi un dialetto e di conseguenza parla solo per ignoranza. Infine sono il primo a dire che non ci dovrebbe essere bisogno del dialetto a scuola, dico dovrebbe perchè non c’è bisogno di difenderlo solo nel caso in cui non ci sia nulla che lo attacchi, ma questa offensiva avviene dalla cultura dominante e dalla scuola stessa putroppo. L’istruzione non deve promuovere il dialetto, ma pretendo anche che non lo combatta e che renda davvero consapevole di cosa significa cultura.

  19. Garuss scrive:
    gennaio 11th, 2011 alle 18:49

    Bell’estratto di cultura fascista italiota.

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