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Falcone lo ricordo così, con il sorriso

By pino scaccia | maggio 23, 2012

Il giorno di Capaci stavo a Mosca. Ricordo che fu uno choc anche per i russi: la notizia ebbe ampio risalto. Con Falcone avevo fatto appena in tempo ad avere un minimo di rapporto. Dopo averlo inutilmente inseguito a Palermo, me l’ero ritrovato faccia a faccia a Oslo. Era il principale relatore in un convegno sulla droga e non mi lasciai sfuggire l’occasione rara di intervistarlo. Mi colpì di lui la pacatezza. Parlava piano, guardandomi negli occhi, ma ogni parola era un macigno. In due minuti mi regalò un’analisi lucida e concreta sulla piovra. Aveva idee chiarissime e il coraggio per portarle avanti. Come hanno ricordato anche all’Fbi fu il primo a intuire, molto prima della globalizzazione, che la lotta al crimine doveva essere universale, senza confini. Era sicuramente un passo avanti tutti gli altri, forse perché veniva dalla Kalsa, un quartiere dove non era facile scegliere da che parte stare. Lo hanno spazzato via con quello che hanno chiamato l’”attentatone” perché per abbattere un monumento non bastava un attentato qualsiasi.

 Lo chiamavano l’attentatone. Quello a Falcone non era un attentato qualsiasi, la mafia lo sapeva bene. Quella sera tutta Italia si chiese istintivamente: la mafia ha vinto? Adesso sappiamo che invece la mafia fece un grande errore di presunzione: proprio da Capaci è cominciata la rivolta degli italiani onesti, la strage è servita finalmente ad aprire gli occhi, soprattutto le bocche. E le coscienze. Era un sabato. Vent’anni fa. Finalmente Falcone tornava a casa, dopo aver rinviato più volte il viaggio per gli impegni al Ministero. Certo non sapeva che c’era chi l’aspettava da cinque giorni sulla collinetta di Capaci. Soprattutto non sapeva che nel tunnel di Scolo erano stati piazzati centinaia di chili di esplosivo. Adesso sappiamo che sulla collinetta che domina l’autostrada c’era Gioè accanito fumatore e che il telecomando era in mano a Brusca. Il “Falcon” con a bordo Falcone e la moglie atterra a Punta Raisi alle 17,51. Gioacchino La Barbera, altro uomo d’onore, chiama Brusca da un cellulare: la telefonata dura esattamente 325 secondi. Sette minuti dopo, alle 17,58, le tre auto su cui viaggiavano il giudice e la scorta arrivano nel punto minato. Brusca preme il telecomando. E’ la strage. L’auto che apre il corteo è scagliata a ottanta metri dall’autostrada: i tre agenti a bordo muoiono sul colpo. Sulla seconda auto ci sono Falcone, al volante, la moglie Francesca Morvillo accanto e l’agente Salvatore Costanza dietro. Falcone e la moglie moriranno in ospedale, Costanza si salva, come gli altri uomini della scorta nella terza auto. Brusca e Gioè si allontanano. Sono le 18,40. Brusca telefona a La Barbera. Appena 25 secondi: il tempo di dire “operazione compiuta”.

In una delle tante commemorazioni della strage di Capaci che ho seguito negli anni successivi una volta ho incontrato tra la folla anche i figli di Che Guevara. Ad Aleida ho chiesto: suo padre sarebbe qui? “Claro che sì. Falcone era un uomo molto giusto e molto forte e da noi si dice che onorare una persona valiente significa prendere una parte del suo valore e del suo coraggio. Una canzone cubana dice: ‘se io muoio non piangere per me. Fai quello che io ho fatto e rimarrò vivo dentro di te”. Già, gli uomini passano, le idee restano.  [Foto: con Falcone a Oslo pochi mesi prima di Capaci]

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Topics: mafie, persone | No Comments »

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