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Amarcord

di pino scaccia | 9 gennaio, 2014

Tv7, il mitico rotocalco del Tg1 (il più vecchio nella storia della Rai) a cui ho l’orgoglio di aver dedicato gli ultimi tre anni della mia carriera, si è occupato naturalmente dei 60 anni della televisione, con particolare riferimento alle notizie del telegiornale. Questo è il link al video che potete rivedere. Vi devo confidare un grande orgoglio, in quella carrellata di notizie ci sono due volte: per la scoperta di Gladio nel 1990 (al minuto 54′) e per il delitto di Novi Ligure nel 2001 (1h06′). Ahò, so’ soddisfazioni. E adesso capisco perchè mi definiscono “inviato storico” (per non dire vecchio, sembra più nobile). Ringrazio, naturalmente, tutti gli amici della redazione. L’importanza della memoria. 

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Alla corte di Tito Stagno

di pino scaccia | 9 gennaio, 2014

stagnoHo sempre considerato Tito Stagno un maestro. Non solo nella professione, ma maestro soprattutto di stile. Lavorare con lui era un orgoglio e anche un impegno perchè significava aver raggiunto il tetto. E bisognava meritarselo. Naturalmente in questi giorni in cui si festeggiano i 60 anni della Rai è stato intervistato: anche lui ha una storia personale un pò amara nella parte finale che tuttavia, come ad ognuno di noi, non gli ha impedito di continuare ad amare l’azienda. L’uomo della Luna, un mito televisivo. Ogni estate, nella riunione della “Domenica sportiva” c’incitava a inventarci qualcosa, odiava il banale e sicuramente la partita vista e raccontata da bordo campo è stata una grande mossa. Dopo le corrispondenze da Ascoli Piceno, mi lanciò da inviato, affidandomi le partite lombarde. Avevo il cuore nello zucchero. Quando finalmente approdai al Tg1 naturalmente ero destinato alla redazione sportiva che mi aveva richiesto. Ma si mise in mezzo, lo dico ancora con sorpresa, la cronaca con un altro grande maestro, Roberto Morrione. Il direttore Nuccio Fava, giornalista e uomo di grande equilibrio e generosità, mi lasciò scegliere. Fu deciso che per tutta la settimana facevo il cronista e la domenica mi dedicavo al calcio fino alla fine di quel campionato. La destinazione definitiva fu la cronaca. Ho rivisto Stagno di recente, a Roma, sempre in forma invidiabilissima. Gli ho chiesto ancora scusa di quel “tradimento”. Ma per l’ennesima volta si è dimostrato un grande signore: “Hai fatto la scelta giusta”.

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L’Ascoli di Costantino Rozzi

di pino scaccia | 19 dicembre, 2013

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E’ una notizia dolorosa perchè non solo cancella una società calcistica, ma l’orgoglio di una città e il miracolo di un imprenditore. Da due giorni, l’Ascoli non esiste più. Il tribunale ha dichiarato il fallimento, chiudendo 115 anni di storia. Finita in prima divisione dopo i fasti di una serie A inventata solo grazie all’entusiasmo e all’impegno di Costantino Rozzi che era riuscito a portare in paradiso una città di 60 mila abitanti. Un personaggio incredibile, scomparso qualche anno fa, al quale proprio nell’ultima giornata i giocatori hanno voluto rendere omaggio indossando quei calzini rossi che l’avevano reso famoso in tutta Italia. Anche il mio destino alla Rai è un pò legato all’Ascoli, non solo perchè c’è il ricordo forte di un amico indimenticabile, Tonino Carino, ma perchè le mie esperienze nella ribalta nazionale erano legate proprio alla squadra bianconera che per alcuni anni ho raccontato alla “Domenica sportiva” e che in qualche maniera hanno costituito il trampolino di lancio verso il Tg1 (trasferito allo sport, sono poi passato in cronaca). La scoperta di una passione vera di quando il calcio non era ancora solo violenza. E la tenerezza di un’intervista con la faccia da bambino (foto).  Quando Rozzi morì, come capita anche alle grandi persone, gli dedicai questo ricordo. 

Una sera al Passetto, il ristorante più panoramico di Ancona. Sto a cena con la famiglia quando mi arriva una bottiglia di spumante sul tavolo. Mi giro e Costantino mi guarda sornione. Me l’ha mandata lui. Un abbraccio per spiegare: “Grazie per tutto quello che hai fatto per l’Ascoli”. Costantino Rozzi era così. Pensare che ero io a doverlo ringraziare. L’Ascoli di quegli anni, irripetibili, era stata la fortuna professionale di tutti noi cronisti di provincia, una maniera di uscire sulla ribalta nazionale. Per me è stata addirittura la svolta perchè il mio trasferimento al Tg1 è  legato a quella grande avventura. Soddisfatti di come seguivo l’Ascoli, alla “Domenica sportiva” decisero di lanciarmi come inviato e frequentai altri campi ( quelli lombardi) fino ad approdare definitivamente alla più grande testata televisiva italiana. Quanto sono lontani quei tempi, eppure così vicini. Adesso che non seguo più lo sport ma eventi purtroppo molto più tragici, quelle domeniche ad Ascoli diventano un ricordo struggente. La passeggiata in piazza prima della partita, il caffè da Meletti e poi quel tuffo nell’entusiasmo marchigiano, le grandi ubriacature popolari quando arrivavano gli squadroni e noi tutti lì a fare il tifo per quella squadretta impertinente costruita da Rozzi a sua immagine e somiglianza. I calzini rossi. Chi non ricorda i calzini rossi di Costantino, le sue contorsioni in panchina? E poi Maradona junior. E poi tante altre cose. Momenti felici. Che restano dentro.  [18 dicembre 1994]

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Un altro amico che se ne va

di pino scaccia | 20 settembre, 2013

Incidente mortale sul Gra all’altezza dello svincolo della Magliana, in carreggiata interna. Un’auto ed una moto si sono infatti scontrate. A perdere la vita il motociclista.

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Una notiziola, due righe fra le brevi. Poi scopri che il motociclista è un amico. E che il destino talvolta è proprio infame. Maurizio Cirilli l’avevo rivisto proprio l’altro pomeriggio per la sua grande festa di addio alla Rai. Dopo tanti tentennamenti aveva deciso di accettare il prepensionamento: una decisione sofferta e ha chiesto a me come si vive da “smagnetizzati”. L’ho rassicurato: era così pieno di energia che non avrebbe avuto difficoltà a trovarsi qualcosa da fare. E invece non ha avuto neppure il tempo di imbastire progetti. Ci divideva il tifo e ogni lunedì era immancabile lo sfottò. Maurizio non era un volto noto, quindi questo ricordo è molto privato. Dopo una carriera da (grande) operatore al Tg2 era passato al Tg1 come vicecaporedattore della segreteria di redazione. Insomma, non lo vedevate ma lui stava sempre alle nostre spalle. Aveva talmente tanti amici che lo studio 3, per i saluti, era strapieno. Vorrei dire tante altre cose, ma ci tengo a ricordare un’altra battuta, appena ci siamo rivisti: “Ahò, ci vediamo sempre ai funerali. Almeno stavolta ci vediamo per una festa”. Purtroppo ora ci rivedremo tutti all’ennesimo funerale: il suo. Non è giusto.

[Una settimana dopo, per l’addio, eravamo gli stessi. Anche di più.]

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Il giorno che ha cambiato la storia del mondo

di pino scaccia | 11 settembre, 2013

new york 11 settL’11 settembre è stato lo spartiacque. Ormai si dice soltanto il giorno, senza ricordare l’anno. Non c’è bisogno, tutti sappiamo che dodici anni fa è cambiata la storia del mondo. Niente è stato più come prima. La cosidetta guerra al terrorismo ha stravolto la nostra vita. Ho avuto il privilegio di seguire dal di dentro anche quell’evento storico che ha dato una svolta anche alla mia professione. Non più l’altalena con la cronaca italiana, che pure amavo, ma da quel momento in poi ho seguito prevalentemente la politica estera. Non è stata una scelta, ma in fondo un pò il destino. Subito dopo New York, sono andato Kabul e poi a Baghdad. La strada era segnata, sempre dietro la storia. Vissuto da vicino il trauma americano c’era da vedere l’altra faccia (non solo geografica) del pianeta. Sono stati anni difficili, pericolosi, complessi, pieni di dubbi.  Ma anni importanti che mi hanno segnato anche dentro. Oggi è il giorno del dolore e della rabbia, mi auguro soltanto che non si utilizzi l’emotività per giustificare altro odio e nuovo sangue.  [Foto: a Canal street, in fondo il cratere di Ground Zero] Webcam

Arrivo di notte nella  “grande mela” ferita e frastornata. Trovo una città ancora gelata dal dolore. L’aspetto più agghiacciante è il silenzio. Si prega anche senza parole, semplicemente stando insieme, come in Union Square, proprio a ridosso dell’apocalisse. Vado sulla prima avenue, al Bellevue hospital, dove arrivano i feriti, diventato il punto d’incontro spontaneo di chi cerca qualcuno. Cartoline, biglietti, foto, fiori: hanno costruito quello che chiamano ormai il muro della preghiera che in realtà è un grande, angosciante monumento alla speranza infinita, purtroppo spesso l’illusione di ritrovare ancora in vita i propri cari. Tanti nomi italiani alla parete del pianto: Rossetti, D’Antonio, Di Leo, Caggiano, Tipaldi, La Martira, Ulissa Micciulli che cerca la cugina Deanna Galante. Centinaia di nomi italiani. Ma non è semplice cercare, nè capire in una metropoli dove di italiani d’origine ce n’è almeno mezzo milione. La madre di Michelle Scarpetta, 26 anni, chiede aiuto: “Lei stava al 95 piano, qualcuno l’ha vista?” E chi ha visto un’altra ragazza, Giovanna Gambale detta Gennie? “Lei stava più su, al piano numero 105”. La speranza. Tra fiaccole e lacrime anche balli, di una forza struggente contro tutte le violenze. Ma soprattutto canti: disperati, che invocano la pace. Si prega per chi non c’è più ma soprattutto per chi resta. Per il futuro del mondo.  New York, settembre 2001  [Senza le due torri]

Prima di ripartire, un mese dopo, per l’Italia decido per tre giorni di andare a Boston, da dove sono partiti i due aerei carichi dell’odio dei terroristi che poi hanno frantumato le torri gemelle. Mi sono meravigliato di due aspetti che forse spiegano l’apocalisse. Primo: l’aeroporto Logan è ancora un colabrodo. Secondo: ho trovato tracce pesanti di Bin Laden dappertutto. Sono stato nella strada dove viveva la madre (la strada è tutta sua) e nel palazzo dove abitavano due fratelli. Per capirci: il nemico gli Stati Uniti l’hanno sempre avuto in casa senza saperlo. Oppure lo sapevano. Ed è tuttora l’interrogativo più inquietante.  Boston, settembre 2001

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Baldoni, senza sapere perchè

di pino scaccia | 25 agosto, 2013

ultima2La prima riflessione che mi viene da fare pensando ad Enzo (e mi capita spesso, soprattutto ad agosto) è che lui non c’è più, ma mica è cambiato niente rispetto a quando c’era. Sono passati nove anni eppure le sue cronache “dentro” l’Iraq sembrano scritte stamattina. Stessi morti, stessa angoscia, stesso caos, stessi errori. Ed è  l’aspetto più tragico perché tutti questo sacrificio di testimoni non è servito a niente. Poi c’è l’emozione. E poi ancora la rabbia. Ho dentro il cuore ma anche davanti a me, quasi fisicamente, l’immagine dei saluti. Quando gli presto il telefono satellitare, fa quella telefonata benedetta a Giusi e forse anche un’altra, magari a “Diario” per cui scriveva: non l’ho mai saputo con certezza e non lo saprò mai, come non vedrò mai tutte quelle foto che mi ha scattato quel giorno a Najaf. E poi l’ultimissima battuta sull’appuntamento a Baghdad: “Hei, dì a Silvio di farmi la cassetta perché quando mi ricapita più di andare in televisione”, la sua solita maniera di giocare su tutto, anche sulla paura. Era così amante della vita che spesso parlava della morte, come in quel suo ultimo geniale testamento affidato al blog il giorno prima di andare da al Sadr: “Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato”.  Dicevo della rabbia. Ho molta rabbia e per molte cose. Intanto perché non sono riuscito a convincerlo che non ci si può fidare di tutti e forse ha pagato l’errore di seguire qualcuno che per i terroristi era considerato una spia. Poi per tutti quelli che lo hanno sbeffeggiato: Baldoni non era un pivello, era un viaggiatore con grandi capacità comunicative e un testimone testardo, epperciò prezioso. Poi perché non sono mai riuscito a capire perché è stato ucciso addirittura prima della scadenza dell’ultimatum: probabilmente è caduto in trappola, ma non so chi l’ha preparata. Perché non gli hanno evitato l’ennesimo passaggio al crocevia di Malmudyia, notoriamente maledetto? Ho rabbia anche per la sporcizia di tutte le guerre, con il famoso generale americano Petraeus che qualche mese dopo mette a libro paga addirittura il capo dell’Esercito Islamico dell’Iraq, cioè l’assassino dichiarato di Baldoni, solo per far finta di fare la pace. Ma che mondo è mai questo?

Continuo a portare avanti quei “blog paralleli” che abbiamo inventato insieme una sera d’inferno a Baghdad per raccontare le storie con due occhi diversi: quelli di un professionista dell’informazione, come mi riconosceva lui, e quelli più innocenti e forse più incisivi di un viaggiatore curioso, come si definiva lui. Di certo mi resta una grande lezione racchiusa in un’email privata a conclusione di una litigata furiosa come può succedere solo tra due amici veri: “Lasciamo che siano i fatti a parlare. Il resto sono chiacchiere e politica, tutte cose da cui voglio tenermi lontano”. Da allora mi è capitato di seguire altri sequestri: quello di Daniele Mastrogiacomo, grande amico, dopo una cena insieme a Kabul, e quello nell’arcipelago filippino di quel fantastico missionario di padre Bossi, molto simile a Enzo, capace di scusarsi per il “grande casino” che ha combinato. Sono stati periodi difficili conclusi però da grandi abbracci e da infiniti racconti. Ecco, con Enzo non è successo. E così mi resta il rimpianto di aver perso una pagina di vita incredibile. Con quello che scriveva e diceva e pensava Enzo, figuratevi cosa ci siamo persi tutti. Come avrebbe raccontato il suo rapimento. Per non dire della sua morte. Potesse una notte in sogno raccontarcela: ci faremmo un sacco di risate. E magari sapremmo, finalmente, anche la verità.

[Didascalia: l’ultima foto in assoluto di Enzo Baldoni, nella moschea di Kufa]

ISTRUZIONI PER UN FUNERALE (da Tv7)

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Quella foto a Najaf, nove anni fa

di pino scaccia | 17 agosto, 2013

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Scherzavamo, quando gli ho scattato questa foto, nove anni fa esatti. Stavamo in quella stradina di Najaf, chiusa dagli americani, che avevano circondato anche noi che volevamo andare verso il mausoleo. Scherzavamo mentre sparavano. Poi, finalmente siamo riusciti a uscire dalla trappola con Enzo che a piedi faceva da staffetta con la bandiera della Croce rossa. Perchè prima di far passare il convoglio con le auto bisognava farsi riconoscere, ad ogni incrocio, il nervosismo era tanto. Siamo usciti da Najaf e ci siamo rifugiati a Kufa, in una moschea. Mentre i medici della Croce rossa medicavano i feriti (a ridosso della città santa) gli irakeni ci hanno offerto da mangiare. Io ho rifiutato. Enzo invece è andato a pranzo. Quando è tornato mi ha chiesto in prestito il telefono satellitare, per chiamare casa. Poi ci siamo salutati. Io, accompagnato con qualche rischio dal capo militare del giovane ribelle sciita, sono tornato a Baghdad, per fare i servizi per i Tg, lui è rimasto con Ghareeb, di cui si fidava forse troppo ciecamente. L’idea di restare un pò lì me l’ha confidata più volte. “Per capire, servono tre, anche sette giorni” mi aveva detto. Quasi un sogno da blogger curioso ed entusiasta, che ci scambiavamo spesso per gioco: “Pensa se becchiamo al Sadr!” L’ho rivisto molti anni dopo dentro una piccola bara di legno, a Preci il suo tranquillo paesino umbro. Con gli appuntamenti è sempre stato un disastro. Peccato, perché anche lui mi aveva scattato un sacco di foto, ma non sono mai riuscito a vederle.

Morire in Mesopotamia [26 agosto 2004]

“Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato”.

[Enzo G. Baldoni] I blog paralleli

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L’ultima intervista

di pino scaccia | 13 giugno, 2013

Incontro pubblico il 10 giugno a Gorizia, pochi giorni prima dell’arresto, tra Pino Scaccia e Graziano Mesina. [Versione integrale].

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Quella grande paura di un golpe

di pino scaccia | 28 maggio, 2013

Ricordo la polvere. E poi le macerie, la paura, il dolore. Ricordo il sole di piazza della Signoria, proprio dietro l’angolo. Ho ancora dentro l’angoscia di un futuro pieno di ombre. Vent’anni fa. E ancora non si conosce la verità, viviamo degli stessi interrogativi.

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Si chiamano proprio “le bombe del ‘93” per identificare uno dei momenti più oscuri della storia italiana recente. L’Italia era ancora sotto choc per le stragi mafiose, quando un ordigno potentissimo esplose a Firenze, alla fine di maggio. Andai di corsa a Firenze e per giorni seguii da vicino quelli che poi ho chiamato “gli angeli della polvere”, i coraggiosi vigili del fuoco che dovevano rovistare fra cumuli di macerie. In via dei Georgofili le vittime furono cinque, compresa Caterina di appena sei mesi. Per quell’attentato, e poi per quelli successivi, si addossò l’intera colpa alla mafia, ma le ombre restano. Lo stesso procuratore Vigna parlò di servizi deviati. Se mi è permesso un giudizio personale, quella bomba ha tutte le caratteristiche dei servizi perché le vittime furono in un certo senso casuali, visto che nessuno sapeva che in quella torretta viveva la famiglia del custode. Certamente resta strana la circostanza: mettere un ordigno di notte in una viuzza laterale e non a mezzogiorno in piazza della Signoria, sempre affollatissima, che sta proprio all’angolo. La verità giornalistica contro la verità giudiziaria, come sempre. Lo stesso meccanismo si ripetè due mesi dopo, a luglio, quando fu messa una bomba all’una di notte nel parcheggio (ovviamente deserto) della basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma. Fui avvertito subito, corsi in redazione. Appena arrivato seppi di due altri attentati, in contemporanea: a Milano e in un’altra chiesa romana, San Giorgio al Velabro. Mi ricordo che c’era Angela Buttiglione che poi andò in studio. Ci guardammo sconcertati, con una gran paura: c’era tanto l’aria di un golpe. La stessa impressione che ebbe il presidente Ciampi, rivelò più tardi che anche lui aveva temuto un colpo di stato. Andammo avanti in diretta per giorni, poi la paura del golpe passò. Ma non le ombre. Che ancora restano.

Categoria: misteri, terrorismo | 1 Commento »

Graziano Mesina, l’ultimo bandito

di pino scaccia | 25 maggio, 2013

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I ragazzi ne hanno solo sentito parlare, la sua storia criminale è molto lontana ma ancora è capace di fare notizia. “Grazianeddu” Mesina per i cronisti è sempre il “re del Supramonte”, l’ultimo bandito. Con lui ho un rapporto stretto: ci unisce un’avventura fra le più difficili ed esaltanti della mia carriera, ma anche la stima personale per una persona coraggiosamente coerente. L’ho conosciuto nel 1992, durante il sequestro Farouk dove mi ha regalato un grande scoop, ci siamo rivisti quindici anni dopo, nel 2007 per il compleanno di un amico comune che purtroppo ora non c’è più. Da pochi anni è un uomo completamente libero, per la grazia del presidente della Repubblica, dopo aver passato metà della sua vita in carcere. Ora fa il testimonial per i murales che fanno da sfondo alla sua esistenza: nel paese dei banditi ancora arrivano frotte di turisti da tutto il mondo. La nostra storia è molto breve ma molto intensa: basterebbe ricordare il primo incontro vero (dopo due sfiorati), quando da buon sardo ha superato la diffidenza. Di lui ricordo una frase che mi ha poi accompagnato: “mi piaci, non usi i taccuini, mi ricordano gli interrogatori”. Con lui bisognava ricordare tutto a memoria e forse è stato questo il segreto per conquistare la fiducia. Un pomeriggio abbiamo fatto una passeggiata insieme per il corso di Orgosolo, entrando a ogni bar. Era il suo “lasciapassare” in un posto dove si parla pochissimo perchè i silenzi valgono più delle parole: ormai ero un amico, non più un giornalista rompiscatole e lo sapevano tutti in paese. Forse è stata successivamente la mia salvezza. Sono stato interrogato dal magistrato, ho rischiato il favoreggiamento, sono stato testimone al processo ma sotto giuramento ho potuto dire che Mesina non mi aveva mai parlato del sequestro: ed era vero. La storia inedita del sequestro Farouk

èstoriaDomani, domenica, ci ritroveremo di fronte e stavolta sarà un incontro pubblico. A Gorizia la manifestazione “E’storia” è dedicata quest’anno al banditismo e non potevano non chiamarlo. Sono grato agli organizzatori che hanno deciso, certo non casualmente, di affidare l’intervista a me. Quest’occasione mi incuriosisce e mi emoziona. E chissà se dopo tanto tempo riuscirò a strappargli qualche confidenza sul sequestro Kassam così da far diventare l’incontro anche un evento giornalistico. [da “La storia siamo noi”]

L’intervista a Graziano Mesina e la (storica) diretta della liberazione di Farouk sul Tg1

Il faccia a faccia a Gorizia

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